Nuovo rischio per coralli Australia, ora minaccia carbone

La minaccia principale oggi per la Grande barriera corallina l’espansione del porto carbonifero, anche se ci sono altri pericoli che incombono sul gioiello marino australiano, dai cambiamenti climatici (il ”peggior nemico”) alle attivit umane legate alle industrializzazione. A pochi giorni dalla diffusione del ‘Reef 2050 Plan’, il piano di protezione della Grande barriera corallina fatto dal governo australiano e dal governo dello stato di Queensland, Greenpeace mette in fila i cinque ”pericoli” da cui deve difendersi uno degli ecosistemi pi sensibili sul Pianeta. Il primo punto l’addizione di ”fenomeni di origine naturale e attivit umane (tipo estrazioni minerarie, agricoltura, attivit portuali, trasporti, turismo, pesca, crescita urbana, sviluppo industriale)” che ”ha portato negli ultimi 27 anni alla scomparsa di oltre il 50% della copertura di coralli e al deterioramento” della qualit dello stato di salute della barriera di oltre la met. Per Greenpeace ”la minaccia pi immediata proviene dal progetto di espansione del porto carbonifero di Abbot Point, che prevedrebbe l’aggiunta di un nuovo terminale a quello gi esistente” con il conseguente ”raddoppio della capacit di carico, attualmente di 50 milioni di tonnellate di carbone all’anno”; le emissioni di CO2 che ne deriverebbero dalla combustione ”sarebbero equivalenti a quelle della Corea del Sud”. Ed infatti ”i cambiamenti climatici sono gi oggi il peggior nemico della Grande barriera: uragani, sbiancamento dei coralli, acidificazione degli oceani sono causati dal riscaldamento globale”. Soffrono anche ”le estese praterie di piante marine, ‘parenti’ della posidonia mediterranea, e le specie che vivono quelle aree”, tipo ”la tartaruga a dorso piatto e la tartaruga verde”. Per Greenpeace il Piano presentato ”dal primo ministro australiano Tony Abbott una roadmap verso la totale distruzione della Grande barriera corallina, piuttosto che un piano per la tutela di un patrimonio dell’umanit, come chiesto dall’Unesco”.

Fonte: http://www.ansa.it

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