Benzina e tabacco, rischio rincari E per l’Iva spunta un mini-rinvio

Scatta o non scatta l’aumento dell’aliquota Iva al 22% dal 1° ottobre? Nel borsino quotidiano, che un giorno lo dà per inevitabile e il giorno dopo per improponibile, ieri è stato il giorno del mini-rinvio. L’ipotesi, è spuntata come ultima ratio per uscire dal collo di bottiglia in cui è finita la maggioranza. Infatti, ora non è solo il Pdl a fare muro contro l’aumento dell’Iva ma anche il Pd, con Epifani, ha alzato il disco rosso. C’è quindi, nel governo, chi considera non solo «possibile ma anche auspicabile» un rinvio dell’aumento di un solo mese per poi affrontare a metà ottobre, al momento della presentazione della Legge di Stabilità non solo il nodo del conguaglio Imu di fine anno ma anche quello della rimodulazione delle aliquote Iva. Provvedimenti separati, ma collegati, per tentare di sbrogliare la matassa.
L’ipotesi del mini-rinvio avrebbe il vantaggio di richiedere una minore copertura (300 milioni invece di 1 miliardo) e di consentire una revisione più razionale delle aliquote, anche del 4 e 10%. Per contro, c’è chi esprime perplessità, all’interno dello stesso governo, per l’idea stessa di un rinvio-tampone difficile da far digerire all’opinione pubblica. E perché una riforma strutturale sull’Iva viene giudicata più appropriata all’interno della Legge di Stabilità, perciò a decorrere dal 1° gennaio 2014, il che lascerebbe irrisolto il problema dell’ultimo trimestre di quest’anno. Come uscirne? Se il viceministro allo Sviluppo Antonio Catricalà si dice pronto a proporre «una riduzione lineare della spesa pubblica pur di non fare scattare l’aliquota al 22%», il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta è fiducioso: «Bisogna trovare la copertura di 1 miliardo entro il 30 settembre. Se ieri stimavo le possibilità di riuscirci o fallire al 50-50, oggi darei al 65% le probabilità di evitare l’aumento».
EUROPA IN ALLERTA

Sulle mosse italiane tiene gli occhi puntati la Ue che chiede un rientro dallo sforamento del deficit/Pil al 3,1%, con misure ravvicinate: «Prima l’Italia le vara e meglio è» dicono i portavoce della Commissione. Si tratta di recuperare quello 0,1%, equivalente a 1,5-1,6 miliardi. Non solo. Sebbene l’abolizione dell’Imu prima casa (2,4 miliardi), il rifinanziamento delle missioni all’estero (400 milioni) e della cassa in deroga (500 milioni) siano già incluse nello sforamento del deficit, nessuna delle tre misure è ancora fornita di copertura. Al conto dei soldi da trovare entro fine anno si potrebbero poi aggiungere i 600 milioni della sanatoria-giochi, nuovamente bocciata ieri da Confindustria. Se poi venisse a mancare una parte di quei 925 milioni di maggior gettito Iva collegati all’accelerazione dei pagamenti dei debiti Pa, il conto supererebbe i 6,5 miliardi includendo nella somma anche il miliardo da trovare per l’Iva.
CHI PAGA

Il ministro dell’Economia Saccomanni ha minimizzato l’impatto delle misure per riequilibrare i conti: «Una normale manovra di fine anno». Ma sulla carta le leve non mancano al governo. A meno che non si intervenga nuovamente sull’Imu, esonerando il 90% delle prime case come chiede il Pd e recuperando in questo modo risorse da destinare all’Iva (ma è improbabile), per rispettare gli impegni con l’Europa il governo potrebbe ricorrere alla clausola di salvaguardia con l’aumento dell’accconto su Ires e Irap. In ballo, poi, c’è un nuovo ritocco delle accise sui carburanti e alcolici o interventi sulle sigarette. Infine, vi è da considerare anche la clausola di salvaguardia che consente al governo di sospendere i pagamenti dei debiti della Pa che vengono coperti con un aumento del debito ma che, per la quota relativa alla spesa per investimenti, si scaricano invece sul deficit. In questo caso, a soffrirne sarebbero soprattutto le imprese edilizie. Ma la partita è ancora aperta.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/ECONOMIA/governo_aumenti_benzina_tabacchi/notizie/328776.shtml

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