Dal cellulare al bancomat, la nostra vita è tutta registrata

Un ideale signor K che si svegliasse al mattino farebbe bene a mettere subito da parte timori: è impossibile vivere senza lasciare tracce, non serve rinunciare alle comodità telematiche. Se la sveglia è un telefono “smart”  un software nascosto potrebbe spifferare l’ora a qualcuno ma anche i cellulari poco smart devono per forza registrarsi alla rete, che memorizza numero IMEI, numero SIM, numero cella e ora. Se è la solita cella anche un umano intuirebbe che è quella di casa ma un calcolatore può controllare i dati degli ultimi anni e, soprattutto, incrociare i dati di altre utenze e dedurre relative relazioni.

LA CARTA DI CREDITO
Verso il lavoro il signor K incontra i primi occhi sulla città dal distributore, prima la targa, poi il volto mentre sta pagando. Con una carta il tracciamento è obbligatorio e fornito come dato testuale ma anche l’immagine della targa può essere trasformata in testo e numeri. Il riconoscimento del volto è più pesante e complicato, ma è solo questione di tempo. All’arrivo il signor K sa che non usando la carta per il parcometro rischia forse di più, la multa dell’ausiliare registra targa, ora e luogo.

IL COMPUTER
Finalmente l’ufficio, leggi del passato impediscono controlli oltre ora di ingresso e uscita. Gli scanner di badge più recenti, però, sono collegati alla rete quindi se l’amministratore non è stato attento si possono interrogare da qualunque punto del mondo, anche automaticamente. E’ nel momento in cui accende il PC che il signor K deve stare più attento. I dati collezionati finora, infatti, sono in genere residui di altre attività come spostarsi o acquistare. Quando si digita sulla tastiera, invece, si inseriscono dati puri pronti per l’analisi parola per parola. Ogni server web può chiedere al browser la pagina da cui si proviene, ogni applicazione plug-in aggiunta al browser potrebbe accedere ai dati per comodità lasciati memorizzati, come nome utente relativo al singolo servizio. All’installazione di solito si accetta senza leggere le avvertenze, le password sono teoricamente al sicuro.

LA CHAT
Il signor K sa che ogni frase scritta volontariamente in un social network viene memorizzata per sempre, da qualche parte, altrimenti nulla funzionerebbe. La chat però, una delle tante, somiglia ad una telefonata privata. Si possono intercettare le telefonate, poche se serve una persona a trascrivere, di più se il lavoro è fatto da macchine ma ci possono essere errori. Se la comunicazione è fornita direttamente in forma testuale, come in una chat, un software può analizzare singole parole di milioni di comunicazioni, in tempo reale.

E’ sera, K guida. Per velocizzare la ricerca della posizione GPS il software comunica a chissà quale server, non al proprio operatore telefonico, numero di cella ed elenco delle reti wi-fi ricevibili. Appena agganciato anche altro, la velocità dell’auto ad esempio e sfruttando l’accelerometro interno pure il numero di frenate o di curve, da cui si può ipotizzare lo stato del traffico o se il signor K ha bevuto un aperitivo di troppo.

I COMMENTI IN TV
Tornato a casa il signor K può fornire il suo pensiero in relazione ad un evento commentando un programma tv, può replicare a un post e da quel momento vedere solo pubblicità attinente, può decidere di spegnere tutto ma in fondo anche questo è un cambiamento di stato rilevabile.
Sarà chiaro che non è il singolo dato a fare la differenza col passato ma la messa a sistema di milioni di dati in tempo reale, possibile solo grazie alla potenza di calcolo dei computer. Vivere questo come un problema è il problema, bisogna considerare anche i vantaggi: per provare di non essere in un luogo bisogna dimostrare di essere da un’altra parte. Il falso mito della “privacy” è come un coltello, dipende da chi lo afferra, da quale parte e per fare che cosa.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/TECNOLOGIA/HITECH/cellulare_bancomat_vita_spiata/notizie/290734.shtml

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