Lavoro, più occupazione per gli over 55 altrimenti salta il sistema delle pensioni

I dati mensili sulle forze di lavoro di Istat ed Eurostat enfatizzano, giustamente, il livello raggiunto dalla disoccupazione giovanile. A gennaio le persone tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro erano 655mila, pari al 10,9% della popolazione in questa fascia di età, mentre il tasso di disoccupazione, ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale degli occupati o di coloro che si dichiaravano in cerca di lavoro, è arrivato al 38,7%. Tutti gli altri indicatori “forti”, occupazione e tasso di inattività, riguardano invece l’intera popolazione in età da lavoro, ovvero tra i 15 e i 64 anni, in linea con le strategie di analisi statistica dei principali istituti internazionali e delle banche centrali.

Ma per paesi come l’Italia, dove entro pochissimi anni (il 2021) l’età di pensionamento di vecchiaia non potrà essere inferiore ai 67 anni, quelle informazioni statistiche non bastano più. Serve un nuovo “segnale stradale” per dirci, mese dopo mese, se la direzione in cui si muove il mercato del lavoro è compatibile con la tenuta del sistema pensionistico. L’indicatore migliore è il tasso di occupazione (T.O.) della classe di età 55-64 anni, fermo al 41,1% nel 2012 (51,2 per gli uomini, 31,7 per le donne) contro il 56,6% dell’intera popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni (66,1% per gli uomini, 47,1 per le donne).
Soprattutto per effetto delle riforme che sono state varate dal ’92 e che nel ’95 hanno portato l’Italia nel ristretto club dei sistemi contributivi puri ( il cosiddetto nonfinancial defined contribution pension scheme, Ndc; adottato finora solo in Svezia, Polonia e Lettonia ma studiatissimo da un gran numero di altri paesi, a partire dalla Cina) il tasso di occupazione di queste coorti di lavoratori in età avanzata è cresciuto molto rispetto al 29,8% del 1993 (15,4% le donne, 41,5% gli uomini). Ed è cresciuto con una certa rigidità negli ultimi vent’anni, nonostante la debolissima crescita economica, proprio per i successivi innalzamenti dei requisiti di pensionamento che hanno trattenuto molti lavoratori dal ritiro anticipato. Oggi però quella dinamica è sottoposta a torsioni inedite, frutto di una recessione profonda, quei 13 trimestri con un Pil in calo registrati negli ultimi 5 anni che hanno prodotto una perdita di valore aggiunto superiore al 6% cumulato.

Come in tutte le grandi storie, siamo a un punto di svolta sorprendente ma al tempo stesso inevitabile. E proprio in questo contesto difficilissimo è necessario accendere un riflettore sul tasso di occupazione degli over 55enni (anzi, sarebbe il caso di portare le rilevazioni fino a 67-68 anni). Bisogna farlo per una serie di ragioni non più rinviabili. Perché solo un’attenzione costante su questa parte del mercato del lavoro può indurre i policy maker ad attivare tutte le politiche possibili per aumentare l’occupabilità dei più anziani (nel 2012 il T.O. italiano tra 60 e 64 anni era al 20%, contro il 40% della Germania, il 30% dell’Ue-27 e il 60% della Svezia). Ma anche perché questo nuovo monitor servirà per gestire al meglio i difficili anni che ci aspettano, con risorse decrescenti per finanziare gli ammortizzatori sociali in periodi di disoccupazione che saranno prolungati e per coorti più ampie.

Il nodo produttività e le responsabilità delle parti sociali
Pur con tutte le flessibilità possibili, le sperimentazioni in part-time e part-pension, un ripensamento in sede di contrattazione collettiva sulla struttura dei salari (perché ancora gli scatti di anzianità dei vecchi tempi?) non si potranno più “esodare” lavoratori senza almeno aver tentato coraggiose politiche di re-impiego. E non si potrà più rinviare il problema nazionale della bassa occupazione femminile (il T.O. delle donne tra i 55 e i 64 anni in Italia è passato dal 15% del 2001 al 25% del 2010, mentre in Germania nello stesso decennio è salito dal 30 al 50%). Ancora, sarà indispensabile che la formazione continua non si riduca a un opzional fasullo ma diventi una costante per tutti, ben monitorata e di qualità, come fanno notare i migliori economisti del lavoro. Altrimenti tra pochi anni, anche considerando l’inevitabile spiazzamento tecnologico, avremo un quarto degli occupati a bassa produttività, con tutte le conseguenze immaginabili sul Pil.

Nel 2009, due anni prima della riforma Fornero quindi, l’età di pensionamento effettivo è stata di 60,5 anni per gli uomini (contro i 65 anni di vecchiaia già previsti per legge) e di 59,5 anni per le donne (contro il vecchio requisito dei 60 anni). E’ un gap che va chiuso, altrimenti il sistema non reggerà dopo il pensionamento degli ultimi babyboomers. E nel 2009, è bene ricordarlo, un uomo che è andato in pensione quattro anni prima dell’età prevista per la vecchiaia aveva un’aspettativa di vita residua ancora di 21 anni.

fonte: www.ilsole24ore.com

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