Quei cinquantenni scivolati nel limbo senza la pensione

Un lavoro ce l’avevano, ma l’hanno lasciato, invogliati dagli incentivi per andarsene e dalla prospettiva di una pensione a portata di mano, nel 2012 o magari un po’ più tardi, nel 2013. E invece dopo la riforma MontiFornero si ritrovano senza reddito e con tempi di attesa per la pensione che, di colpo, si sono allargati ai cinque o sei anni con picchi che arrivano ai nove.

Sono i così detti lavoratori esodati su cui è intervenuto ieri il Presidente della Repubblica. «C’è una questione aperta che i sindacati rivendicano e di cui credo il governo stia studiando la soluzione» ha detto Giorgio Napolitano.

Il problema è che non si tratta di pochi casi ma di diverse centinaia di migliaia di persone. Le cifre esatte sui cosiddetti esodati sono ancora indefinite. «Non c’è ancora il dato definitivo» ha detto ieri il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua. Le stime iniziali del governo parlavano di 50 mila casi, ma la quota è stata rivista al rialzo dalla Cgil che ne ha contati 200 mila. Secondo stime circolate in questi giorni arriverebbero addirittura a quota 350 mila, sette volte tanto le valutazioni iniziali fatte dai tecnici.

Un vero e proprio popolo che sta affiorando con forza dalle pieghe della riforma. Tutti quanti prima di fare il grande passo avevano valutato bene ogni aspetto della nuova strada che stavano per prendere. Hanno fatto bene i conti con i risparmi che avevano in banca e con le spese in arrivo. Si credevano tranquilli e tutelati, anche perché avevano firmato accordi – magari collettivi – ben precisi, che li ponevano al riparo da sorprese.

Certo è che il governo ora dovrà individuare la strada migliore da percorrere per tutelare questi lavoratori. Ma allo stesso tempo dovrà riuscire anche a salvaguardare le risorse dell’Inps e quindi il bilancio pubblico. L’esecutivo sta cercando una soluzione e ha assicurato che entro il 30 giugno del 2012 verrà varato un decreto ad hoc. Sul tema nei giorni scorsi è intervenuta la stessa Elsa Fornero che il 19 marzo ha detto che «sono molti più del previsto», per cui «occorre trovare criteri equi per tutelare prima di tutto i più deboli».

Intanto cresce il numero di segnalazioni alle redazioni dei giornali. Come quella di Maurizio 57enne di Gessate, in mobilità dal dicembre 2008. «Dal mese di luglio sono senza un reddito. Ho maturato il diritto alla pensione, i 40 anni li ho fatti nel marzo 2011, la mia data di pensione (indicata come certa sugli accordi presi all’atto del mio licenziamento) era 1/7/2011. La legge 122 ha spostato le finestre di uscita di un anno. Ed io sono entrato in un limbo in un vuoto incredibile, non ero più mobilitato e neppure pensionato. Fatto sta che hanno smesso di pagarmi le indennità di mobilità, ma non mi pagano la pensione».

Ma quello degli esodati non è il solo problema sul tavolo del governo. Tra i nodi che stanno venendo al pettine c’è anche la questione delle ricongiunzioni onerose, previste dalla legge 122 del luglio scorso. Tanti i casi, come quello di Claudio: «Ho 55 anni e tra cinque o sei anni sarei andato in pensione per anzianità con più di 40 anni di contributi versati, più o meno per periodi uguali, all’Inps e all’Inpdap. Ora ho saputo che la mia ricongiunzione di tutto all’Inps avrà un costo di 135.000 euro». Cifre stellari come quella chiesta a Bruno: «per ricongiungere 32 anni di contributi versati nelle casse Inpdap agli otto dell’Inps mi sono stati chiesti dall’Inps 299.605 euro. Da pagare in «comode» 190 rate mensili da 1.576,87 euro l’una, per 15 anni. Vicenda analoga anche quella di «nicsummo», un ex dipendente della società Postel SpA del gruppo Poste Italiane che dopo aver versato per 30 anni i contributi all’Inps e per altri 12 a Ipost, ora si ritrova con un conto ulteriore di 70 mila euro da pagare per avere il diritto alla pensione.

fonte: www.lastampa.it

 

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