Ai negozi si fa sempre meno credito

Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. Con accenti diversi, le lamentele risuonano come un’eco sinistra che annuncia conti in rosso e negozi pronti ad abbassare le serrande. La campagna dei saldi invernali 2012 è partita male, con numeri in flessione rispetto alle scorse edizioni.
In Lombardia come in Sicilia, le attese – già piuttosto prudenti – stanno andando deluse. Significativo il caso dell’abbigliamento, da sempre magna pars dei saldi. A Milano, subito dopo Capodanno, Federmodaitalia aveva stimato vendite per circa 500 milioni di euro, con uno scontrino medio di 195 euro a persona (in calo del 3% rispetto alla campagna sconti 2011). Sono bastate 48 ore per rendersi conto dei notevoli scostamenti e la valutazione sullo scontrino medio è stata limata a 150 euro. Un calo confermato dal primo week end di vendite ribassate, che ha però evidenziato andamenti diversificati per tipo di esercizio (grandi o piccoli, collocati in centro o in periferia, specializzati in griffe o generici) e per utenza: molti negozi di prestigio sono stati “salvati” dai clienti stranieri, russi e cinesi in testa. Una ciambella di salvataggio sulla quale non hanno potuto contare altrove. Anche se è presto per un bilancio nazionale e non si possono escludere recuperi sulla distanza, le stime che circolano sono preoccupanti: secondo le valutazioni più pessimistiche, provvisorie e ufficiose, il calo arriva a punte del 25% rispetto al 2011.
Potrebbe sembrare un falso allarme, un copione già visto, con i dettaglianti che si lamentano per abitudine o per non pagare dazio. Stavolta però sarebbe un errore definire la questione come il solito gioco delle parti, non solo perché la situazione è evidente a occhio nudo in molte vie cittadine, ma anche per l’incrocio – potenzialmente deflagrante – con altri fattori che stanno mettendo a dura prova il commercio retail.
Con la sua profondità e la sua durata, la crisi ha modificato i comportamenti d’acquisto delle famiglie. Tensioni occupazionali, incertezza sul futuro, riduzione del potere d’acquisto e aumento del carico fiscale accelerano questo processo, ma non sono ininfluenti i fattori contingenti. Come il clima, con temperature poco invernali in molte parti d’Italia. O, a Milano, l’introduzione della congestion charge nell’area C, la zona interna alla cerchia dei bastioni.
Ne risulta una forte pressione sulla struttura finanziaria degli esercizi a conduzione familiare, già poco robusta. In questa condizione i saldi rivestono un’importanza particolare. Se non servono a salvare il bilancio, hanno però la funzione di pompare liquidità in cassa in un periodo tradizionalmente poco movimentato. Liquidità preziosa per saldare i fornitori e magari ricoprire qualche sconfinamento in banca, rispondendo agli inviti, talora pressanti, che secondo gli imprenditori arrivano da agenzie preoccupate dall’aumento degli incagli (a novembre 2011 il rapporto complessivo tra sofferenze e impieghi ha toccato il 5,3%, che sale al 7,5% per le imprese). E qui nasce quello che per i commercianti rappresenta il problema dei problemi. Se con le vendite straordinarie la liquidità non arriva e se il rubinetto dei finanziamenti tende a chiudersi il negozio di quartiere non ha scampo. Significativi in questo senso i dati sulle cessazioni (46.531 tra gennaio e settembre 2011, secondo l’Ufficio studi Confcommercio; la perdita di posti lavoro ammonta a 43mila unità) e quelli dell’Osservatorio sul credito. Nel terzo trimestre 2011 le imprese commerciali che hanno ottenuto finanziamenti inferiori alle richieste o non li hanno ottenuti sono state il 34,4% (in aumento rispetto al 29,6% del trimestre precedente). Scende quindi la percentuale delle aziende che ricevono tutta la somma richiesta (dal 55,8 al 49,8%). Il fenomeno si concentra nel Nord-Est e nel Mezzogiorno, dove l'”area di irrigidimento” (la somma delle percentuali di chi non ha ottenuto credito o ne ha ottenuto meno di quanto chiesto) è più estesa. «È peggiorata – chiosano gli analisti dell’Osservatorio – la situazione delle condizioni del credito con riferimento a tutti gli indicatori considerati: tassi di interesse, durata temporale e costo delle cosiddette altre condizioni, dalla valuta ai servizi accessori. Infine è peggiorato decisamente anche l’andamento delle garanzie richieste dalle banche a copertura dei finanziamenti». Un veemente atto di accusa, che però le banche respingono al mittente sguainando i loro numeri. Secondo dati di fonte Abi e Bankitalia, anche se a tassi inferiori al passato il credito bancario continua a crescere. I finanziamenti totali alle imprese, a novembre 2011, sono saliti del 4,9% su base annua, più che all’estero. Nel caso specifico dell’aggregato commercio all’ingrosso, al dettaglio, auto e motoriparazioni, il volume è aumentato di 10 miliardi di euro (+6,9%). Cambia però il tipo di domanda: meno finanziamenti per investimenti e più richieste di ristrutturazioni del debito. In una condizione di carenza di liquidità e sofferenze in tensione le banche negano che sia in corso un credit crunch, ma spiegano che, per compatibilità sociali oltre che economiche, va posta estrema attenzione all’allocazione ottimale del denaro. Ne fanno le spese le imprese più piccole, quelle collocate in territori sfavoriti o attive in settori a bassa marginalità.
Eppure sull’effettiva urgenza dell’allarme resta qualche dubbio. «Non credo che un eventuale fallimento dei saldi si possa considerare colpevole della chiusura di negozi – commenta Luigi Tardella, partner della società di consulenza Ambers&Co -. Potrebbe portare piuttosto a una riduzione degli ordinativi per le prossime stagioni, alimentando un circolo vizioso anche per l’industria. Ma il punto è un altro: il saldo è un acquisto fatto spesso d’impulso, tendenzialmente è più voluttuario che di prima necessità. Con la crisi era facile prevedere che il meccanismo andasse in tilt. Ora è urgente modernizzare l’intera distribuzione al dettaglio, che resta altamente inefficiente e squilibrata. Solo dopo sarà possibile esaminare i conti veri e stabilire le priorità di intervento. Tra le quali, in effetti, l’erogazione di finanziamenti bancari riveste un ruolo primario. Ma non dimentichiamo che in Italia il commercio è più arretrato che in molti Paesi europei e che il piccolo negozio di quartiere è un sopravvissuto per definizione».

fonte: www.ilsole24ore.com

 

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