Va superato l’articolo 18 non solo per i neo-assunti

Il premier Mario Monti ha annunciato che nella fase 2 (denominata Cresci-Italia) sarà affrontata anche la riforma del mercato del lavoro. Trattandosi di una materia «politicamente sensibile» è bene che il Governo parta con il piede giusto e non si limiti – come sembra, assistendo al dibattito in corso – a ricercare un punto di compromesso tra le diverse posizioni presenti all’interno della sinistra e dei sindacati. Le maggioranze e i Governi di centro-destra hanno sicuramente lasciato un segno in materia di lavoro, non solo nelle passate legislature (dal Libro bianco alla legge Biagi), ma anche in quella in corso a partire dalla legge n. 183 del 2010 (il c.d. collegato lavoro) di cui citiamo soltanto, tra le molte innovazioni, la promozione di forme negoziali di risoluzione delle controversie rese operative dalla sottoscrizione volontaria di una clausola compromissoria individuale (in proposito, è bene ricordare che, terminato nell’inerzia delle parti sociali l’anno loro concesso per definire delle intese attuative, l’iniziativa passa ope legis nelle mani del ministro del Lavoro, in sede di mediazione). Ora, il perimetro della riforma è tracciato sia nella lettera della Bce del 5 agosto, sia nella dichiarazione di intenti presentata, il 26 ottobre, dal presidente Silvio Berlusconi in occasione del G 20. Per non parlare, addirittura, di quanto stabilisce una legge dello Stato: all’articolo 8, il decreto di ferragosto consente alle parti sociali di negoziare soluzioni in deroga, anche per quanto concerne le «conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro». Non si comprende, allora, per quale motivo si debba scomodare la variopinta casistica del «contratto unico»(una soluzione con alta capacità comunicativa, ma troppo «facilona»), magari a tutela differenziata e crescente, quando analoga funzione potrebbe essere svolta, più correttamente, dal contratto di apprendistato. E quando sarebbe arbitrario «unificare» rapporti di lavoro con caratteristiche differenti. I cosiddetti contratti atipici (a termine, job on call, staff leasing, lavoro accessorio, a progetto, ecc.) non nascono dalla protervia di un legislatore «nemico del popolo» e nemmeno costituiscono la causa di una diffusa condizione di precarietà, ma possono servire – se correttamente applicati – a combattere il lavoro sommerso e a cogliere esigenze specifiche difficilmente riconducibili a modelli forzatamente standard (o come si dice adesso «prevalenti»).
È inutile girare attorno al problema: l’articolo 18 dello Statuto deve essere riformato. Lo si può fare in via sperimentale o definitiva. In Parlamento giacciono diversi progetti di legge, meno noti del «pacchetto Ichino», ma altrettanto appropriati. Si potrebbe, per esempio, elevare, per alcuni anni, il tetto dei 15 dipendenti oltre il quale opera la reintegra (Beltrandi); oppure riconoscere al datore soccombente la facoltà di versare una robusta penale in alternativa alla reintegra, sempre facendo salva la nullità dei licenziamenti discriminatori (Cazzola, Della Vedova). Ancora, si potrebbe attribuire una tutela soltanto risarcitoria nel caso di stabilizzazione dei contratti a termine ( Cazzola, Contento) o della creazione di nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato nelle regioni del Sud. Queste misure potrebbero essere accompagnate da interventi di outplacement (Treu e Castro). Ma se, finalmente, è scoccata l’ora della revisione, essa non potrà non valere per tutti i lavoratori dipendenti e non solo per i nuovi occupati. Altrimenti non si verrebbe a capo del dualismo del mercato del lavoro, sempre a scapito delle giovani generazioni; e si finirebbe per caricare le imprese di nuovi disincentivi e vincoli per l’uso della manodopera «atipica», senza concedere, in cambio, una maggiore flessibilità in uscita nello stock degli attuali occupati.

fonte: www.ilsole24ore.com

 

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Un pensiero su “Va superato l’articolo 18 non solo per i neo-assunti

  1. Per quanto ci illudiamo che l’articolo 18 non venga toccato, ci sbagliamo di grosso. Dopo i danni creati dal sistema stesso ai lavoratori, ora anzichè tutelarli in ogni modo, si apprestano a danneggiarli ulteriormente, a favore dei soliti menefreghisti ai quali interessa solo riempirsi le sacoccie. I nostri padri, e prima ancora i nostri nonni, hanno combattuto e sono morti per lasciarci l’eredità anche dell’articolo 18, dello statuto dei lavoratori. Si sono sacrificati per dare a noi, i loro figli e nipoti, un futuro migliore del loro.
    A loro, a noi ed ai nostri figli sono dedicate le cariolate di concime che stanno per arrivare sotto forma di menomazione di tutti quei diritti ottenuti con quanta fatica e quanto dolore.

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