Ddl stabilità, più mobilità per gli statali e stipendio ridotto per gli esuberi

Un emendamento che non è poi tanto maxi, almeno rispetto a quelli prodotti in precedenti occasioni: ventiquattro articoli per poco più di venti pagine. Soprattutto un testo che in un giornata così tempestosa non aggiunge molto alle ipotesi già circolate e non risponde, se non in parte, ai puntuali quesiti dell’Unione europea. Quel che è certo è che i tempi saranno veloci: il voto finale sulla legge di stabilità potrebbe arrivare, alla Camera, già sabato.

Tra le modifiche ci sono alcuni temi importanti come dismissioni e liberalizzazioni, viene toccato anche il settore dei dipendenti pubblici mentre non c’è traccia di novità in materia di licenziamenti (che erano state originariamente promesse per il prossimo mese di maggio). In realtà sembra che almeno un accenno all’esigenza di consultare le parti sociali fosse presente in una prima bozza: ma il riferimento non compare nel testo finale e lo stesso ministro Tremonti ha smentito qualsiasi intervento sull’articolo 18.

Il tema delle pensioni è invece oggetto di un articolo, che costituisce una sorta di clausola di salvaguardia. Infatti è confermato l’obiettivo di arrivare nel 2026, relativamente alla pensione di vecchiaia, ad un’età di uscita effettiva di almeno 67 anni. Già in base alle leggi oggi in vigore, ed alle stime sulle tendenze demografiche, questo traguardo dovrebbe essere raggiunto nell’anno indicato sia per gli uomini che per le donne, tenendo conto anche della cosiddetta «finestra mobile» ossia un ulteriore attesa di 12-18 mesi tra il momento in cui si matura il diritto alla pensione e quello della decorrenza. Se però ciò non avverrà, allora il limite dei 67 anni sarà comunque applicato attraverso un decreto dei ministeri dell’Economia e del Lavoro.

Altri due capitoli ben presenti negli impegni presi con la commissione europea sono dismissioni e liberalizzazioni. Sul primo, il testo del maxi-emendamento individua lo strumento del fondo comune di investimento (o della società di gestione del risparmio) a cui verranno trasferiti immobili dello Stato e degli enti pubblici, tra cui una quota di almeno il 20 per cento delle carceri non utilizzate e delle caserme. Un altro programma di cessione riguarderà i terreni ad uso agricolo di proprietà pubblica, che saranno individuati dal ministero delle Politiche agricole.

Quanto alla liberalizzazioni, i due principali settori interessati sono i servizi pubblici locali e le professioni. In entrambi i casi l’obiettivo è accelerare processi già avviati con il secondo decreto estivo; in particolare sui servizi pubblici il governo centrale avrà poteri sostitutivi nel caso in cui gli enti locali resistano a portare sul mercato le proprie partecipazioni. In materia di professioni le principali novità riguardano la possibilità di costituire società e la sostanziale cancellazione delle tariffe minime.

In materia di lavoro, assenti le novità sui licenziamenti, è stato confermato il pacchetto che prevede l’azzeramento dei contributi per l’apprendistato (finanziato con l’incremento dell’aliquota per i lavoratori parasubordinati) e la spinta al part time ed al telelavoro, nonché norme per l’occupazione femminile. Mentre nel settore pubblico le modifiche legislative, eliminando la fase di consultazione con i sindacati, hanno l’obiettivo di rendere effettiva la possibilità di porre «a disposizione» quei dipendenti in esubero che non sia possibile ricollocare in altri uffici della stessa Regione, o che rifiutino il trasferimento. Per loro ci sarà un periodo di limbo di due anni, con lo stipendio all’80 per cento, prima dell’interruzione del rapporto di lavoro.

Confermata anche la defiscalizzazione (sgravi su Ires, Irap e Iva) per il finanziamento delle infrastrutture, in alternativa al contributo a fondo perduto da parte dello Stato. Una novità dell’ultima ora riguarda gli enti locali: vengono posti dei limiti alla loro possibilità di contrarre mutui, in preparazione di un programma di riduzione del debito di Comuni e Regioni. Infine un altro emendamento, a firma del relatore, riduce (di quasi 20 milioni nel 2012) l’entità dei tagli al settore dell’editoria.
fonte http://www.ilmessaggero.it

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