Mutui e prestiti più cari Così la stretta del credito colpisce anche le famiglie

Nel più stucchevole teatrino della politica, la stretta del credito si sta propagando come un grande e irrefrenabile blob. Dopo le imprese a corto di fidi, nel mirino sono finite le famiglie. Un’altra volta è l’estate a fare da spartiacque: ancora ad agosto gli impieghi totali sono in positivo (+4%) dopo la gelata 2008-2009, poi la frenata improvvisa. A partire da fine mese, sull’onda del rischio Italia sui mercati, aumentano sensibilmente gli spread per le banche (i punti base dei nostri Btp sul Bund tedesco raddoppiano da 200 a 400), costrette a raccogliere denaro a costi maggiorati per restare liquide, e a cascata la selezione del credito e degli impieghi, rendendo i mutui più onerosi. Specie quelli per la casa, che valgono il 40% del portafoglio totale. «Raccolta più cara e più a singhiozzo, con i clienti a farne le spese», riassume mestamente un banchiere. In effetti è un contagio sottotraccia, inesorabile. Sui mutui a tasso variabile quasi tutti gli istituti, grandi e piccoli, stanno riprezzando i propri listini/prodotto alzando sensibilmente lo spread applicato al tasso Euribor uguale per tutta l’eurozona (oggi quello a tre mesi è intorno all’1,56%). I ritocchi cambiano a seconda dell’intermediario ma non sono quasi mai inferiori al punto percentuale. In alcuni casi si può salire fino a due punti. Il che significa che su un mutuo di 100 mila euro gli interessi possono aumentare tra i 600 e i 1200 l’anno, dipende dalla durata. In ogni caso un vero salasso per le famiglie. Molte grandi banche sui mutui prima casa applicano ormai spread massimi fino al 3,50-3,60% contro il 2 di 6 mesi fa. Mentre i prestiti al consumo viaggiano a tassi tra il 9 e il 10%, collocando di fatto le offerte fuori mercato. A queste vette di costo diventa quasi impossibile per le famiglie ripagarsi i mutui, già di per sé ridotti causa recessione (la domanda nei primi 8 mesi dell’anno è scesa in media del 10 per cento). Non a caso secondo i calcoli di PrestitiOnline, nei primi otto mesi 2011 il 13,1% delle richieste di prestiti personali è servito a ristrutturare debiti esistenti più che a finanziare nuovi acquisti o investimenti; parallelamente le concessioni sono scese al 5,6% del totale finanziamenti. Lo stesso vale per la domanda di prestiti per liquidità, saliti al 17% del totale, con erogazioni in flessione al 7,8 per cento del montante totale. La catena di trasmissione è infatti immediata: aumentando la rischiosità dei finanziamenti, gli intermediari stringono la cinghia nell’erogazione. Il motivo è ovviamente la fame di liquidità che costringe le banche a fare assorbimento patrimoniale alla vigilia di un 2012 che sarà decisivo: ricapitalizzarsi o morire. «Quando gli istituti devono migliorare il proprio leverage lo possono fare in due modi», spiega Carlo Cottarelli, direttore del dipartimento affari fiscali del Fmi. «Aumentando il capitale o riducendo gli asset». In assenza di ricapitalizzazioni, dunque, «il rischio è che non ci sia abbastanza credito per aumentare la crescita economica» e sostenere i consumi e gli investimenti delle famiglie. Basta qualche telefonata tra le filiali per accorgersene: negli ultimi giorni girano memo interni perentori del tipo «sospendere qualsiasi altra attività, avanti tutta con la raccolta». Per chi porta denaro fresco depositandolo almeno 3 anni, vengono offerti rendimenti del 4,80/5 per cento. Non basta. Le ultime obbligazioni a 2 anni sono passate in due settimane dal 2,60 al 4 per cento di rendimento. Ogni mossa é buona per raccogliere denaro. Non ci sono altri canali. Col tasso sui prestiti legato all’Euribor il costo di raccolta e la penuria di liquidità sull’interbancario rischiano di mandare le banche italiane fuori mercato. Aggravando il lento scivolamento nei redditi delle nostre famiglie. A fine 2010 (fonte: Cgia di Mestre), l’indebitamento medio di quelle italiane era salito a 19mila euro, 3.268 in più del dicembre precedente. Più 131% dal 2002 (esordio dell’euro), rispetto ad un tasso di inflazione salito del 18. Il che avvicina sempre più l’Italia a paesi come Germania, Francia, Stati Uniti e Giappone popolate da famiglie tradizionalmente più indebitate. Parallelamente negli ultimi cinque anni le sofferenze sui prestiti bancari (dati Bankitalia), sono cresciute del 49%, sui crediti erogati da società finanziarie addirittura dell’88,8%. Senza contare gli effetti cumulativi della doppia manovra finanziaria di luglio e di ferragosto, che scarica su ciascuna delle 25 milioni di famiglie italiane un ulteriore costo di 5.700 euro sul triennio 2011-2014, deprimendo consumi e occupazione. È in questo contesto che arriva lo spettro del credit crunch. Finora gli italiani si sono adattati alla lunga stagnazione, esplosa definitivamente in recessione dopo la grande crisi 2008, intaccando la mole di risparmi messi da parte negli anni d’oro. Di fieno in cascina fortunatamente ce n’è: ancora a fine 2009 la ricchezza netta delle famiglie italiane valeva 8.600 miliardi (4.800 solo in abitazioni), pari a 350mila euro a nucleo. Ma il grasso si riduce. Rispetto agli anni novanta il tasso di risparmio è dimagrito di dieci punti. Se nel 2002 lo stock annuo delle famiglie era pari a 95 miliardi di euro, nel 2008 era sceso a 55,2, per crollare a 30,6 nel 2010. Modificando alcune tipologie di consumo, accorciando le ferie, lavorando un po’ in nero, spalmando le spese, sfruttando la cassa integrazione, riducendo sprechi alimentari, frequentando più discount che supermercati e rivolgendosi maggiormente ai brand low cost, il sistema ha retto. Adesso però è arrivato lo tsunami del credito. Fino a quando si potrà procedere senza troppi scossoni con l’aggiustamento al ribasso?

fonte: www.lastampa.it

 

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