Malattie brevi non pagate per arginare l’assenteismo, una novità che fa polemica

Il nuovo contratto del commercio prevede che dal 5° al 12° giorno la malattia non sia più retribuita. Un modo per limitare gli abusi
 
Produttività, il tallone d’Achille delle aziende italiane. Più del costo del lavoro (non abbiamo certo i salari più alti tra i paesi industrializzati), più del tasso di innovazione, pure molto basso. E’ la scarsa produttività il vero nodo da sciogliere, cioè il rapporto tra quantità di prodotto e ore lavorate. O sarebbe più corretto dire ore retribuite. E infatti nei meccanismi di incentivazione (premi di produzione) sta prendendo piede sempre più la lotta all’assenteismo, considerato una delle zavorre principali della produttività.

Crolla un tabù

Tra le cause dell’assenteismo prevalgono le malattie brevi. Un’emicrania, un mal di denti, una generica indisposizione “non epidemica” sufficiente a stare a casa qualche giorno. In molte aziende sotto una certa soglia non serve nemmeno il certificato medico. E comunque nessuna visita fiscale potrebbe sbugiardare un falso malato di questo tipo. Risultato: l’incidenza delle assenze per malattie brevi sulla produttività è alta.

Al punto che in un importante contratto collettivo nazionale – quello del commercio – è crollato un tabù, quello della malattia retribuita. L’accordo concluso a fine febbraio introduce un giro di vite sulle malattie inferiori a 12 giorni, che probabilmente sarà un precedente destinato a ripetersi in altri Ccnl, primo tra tutti quello dei metalmeccanici.

La nuova regola prevede che per i primi due episodi di malattia la retribuzione:

•  per i primi tre giorni è al l00%,
•  per il terzo e il quarto giorno al 50%,
•  dal quinto giorno in poi viene tagliata del tutto.

Una “franchigia” come deterrente

Una novità “choc” per alcuni ma che è sostenuta anche dal giurista Pietro Ichino il quale, intervistato dal Sole 24 Ore, parla di “una franchigia per contrastare i crescenti abusi” come “la sola contromisura ragionevolmente possibile”. Un meccanismo dissuasivo come quello presente nelle polizze assicurative.

“Il contratto di lavoro subordinato, per questo aspetto – prosegue Ichino – funziona come la polizza di una assicurazione: l’imprenditore si impegna a coprire il ‘sinistro’ costituito dalla malattia del dipendente, pagandogli l’intera retribuzione nonostante l’astensione dal lavoro. Nella contrattazione di secondo livello il premio di presenza non è altro che una franchigia marginale, una riduzione della copertura assicurativa”.

In altre parole è premiata la presenza e viene applicato un meccanismo che, secondo Ichino, colpisce gli abusi e porta a una complessiva riduzione del “premio assicurativo”, cioè a un aumento complessivo delle retribuzioni e della produttività. (A.D.M.)

 

fonte:http://lavoro.economia.virgilio.it/

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