Prodi: «Crescita, guardiamo la realtà:siamo i più lenti tra i grandi Paesi»

Nelle settimane che avevano preceduto le ferie estive si era creato un clima di crescente fiducia riguardo all’andamento dell’economia mondiale. Alcuni fragili segnali di ripresa erano stati ingranditi a dismisura fino a spingere non pochi affrettati (e forse interessati) osservatori ad affermare che ormai eravamo fuori dalla crisi. Tutte le ultime analisi, da quella del Fondo Monetario Internazionale alla Commissione europea, da Prometeia al Centro studi della Confindustria ci dicono invece che le cose si stanno aggiustando così lentamente che dovranno passare ancora molti anni prima che i nostri redditi ritornino ai livelli precedenti la crisi.

Gli errori finanziari e monetari che hanno prodotto il crollo economico non sono ancora stati aggiustati nella quasi totalità dei Paesi avanzati, mentre le economie dei Paesi in via di sviluppo, anche se crescono bene, non hanno ancora il peso sufficiente per ridare vigore a tutta l’economia mondiale. Questo è il quadro generale, reso ancora più precario dalla mancanza di accordi a livello internazionale sia nei confronti delle politiche di bilancio, sia riguardo alle politiche monetarie. A questo proposito, infatti, se non siamo ancora arrivati ad aperte svalutazioni competitive, ci siamo molto vicini, La politica della moneta “facile” adottata dagli Stati Uniti è stata infatti così efficace da produrre in pochi mesi una svalutazione del dollaro nei confronti dell’Euro di quasi il 20%.

Esportare per noi sarà più difficile, mentre proprio sulle esportazioni avevamo riposto le speranze più concrete per una ripresa della produzione. L’ottimismo che si era diffuso prima dell’estate era da attribuirsi in parte alla ricostruzione delle scorte delle imprese, che erano state ovviamente portate a zero dopo lo scoppio della crisi, ma soprattutto ad un breve sussulto delle esportazioni, aiutate dalla caduta del cambio dell’Euro nei confronti del dollaro. La convalescenza sarà quindi lunga per tutta l’Europa, ma la navigazione italiana, nonostante i messaggi che vengono continuamente forniti, è stata più tempestosa rispetto agli altri grandi Paesi europei nel momento della caduta e rimane la più lenta anche oggi in questo periodo di faticosissima ripresa. Messa a confronto con gli altri grandi Paesi europei l’Italia è arretrata più di Germania, Francia e Gran Bretagna nel 2009 e concluderà il 2010 rimanendo il fanalino di coda.

Tutte le previsioni elencate in precedenza ci mettono infatti in ultima posizione anche per il prossimo anno, in cui non toccheremo nemmeno l’uno per cento di crescita. A partire dall’inizio della crisi il Pil italiano è caduto del 6,8%, a confronto di un calo del 5,3% della media della zona Euro. La produzione industriale (che è il punto di forza della nostra economia) è ancora oggi del 16% inferiore al livello massimo precedente. I consumi sono stagnanti per effetto della caduta del potere d’acquisto delle famiglie dovuto soprattutto alla crisi del mercato del lavoro. Come scrive il rapporto Confindustria, gli occupati nei mesi di luglio e agosto sono scesi di ben 31mila unità rispetto al secondo trimestre e, se il tasso di disoccupazione migliora leggermente, è solo perché diminuisce la domanda di lavoro. In parole più semplici perché le persone hanno perso ogni fiducia sulla possibilità di trovare un’occupazione e hanno perciò smesso di cercarla. Non ci dobbiamo perciò stupire che la disoccupazione di lungo periodo (cioè quella che dura oltre l’anno) sia al livello massimo tra i Paesi europei e la disoccupazione giovanile continui a crescere.

Un certo stupore nasce invece dal fatto che, nonostante questi dati, si continui a ripetere che la situazione italiana è relativamente migliore di quella degli altri Paesi. Quest’ipotesi purtroppo irrealistica forse nasce dal fatto che, a differenza di altri, non abbiamo avuto rumorose crisi bancarie o, ancora più semplicemente, dal fatto che, finché la gente ci crede, è meglio distribuire ottimismo che pessimismo. È però doveroso ricordare che, senza un quadro realistico della situazione, è ben difficile adottare le misure di politica economica capaci di portarci almeno verso la crescita media dei nostri maggiori competitori europei. Dato però che anche nelle situazioni più compromesse conviene sempre trovare ragioni di consolazione, non ci resta che guardare alla Spagna che per oltre dieci anni ha costruito il suo sviluppo su una crescita sconsiderata dell’attività edilizia e che, su queste fragili basi, pensava di potere stabilmente superare l’economia italiana, mentre ora, pur procedendo a passo di lumaca, la possiamo guardare con lo specchio retrovisore.

fonte: www.ilmessaggero.it

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