E’ reato dare dello “str….” a un proprio dipendente e costa 240 euro

Dare dello str… a un proprio dipendente costa 240 euro. A dirlo è la Cassazione, la quale ha sancito che un datore di lavoro non può usare epiteti e parolacce come “str….” rivolgendosi ad un dipendente senza pagarne le conseguenze. La Cassazione richiama i capi ad una continenza verbale nel trattare i propri lavoratori nonostante il tono scherzoso o colloquiale. Se si usano parole del genere, infatti, si rischia una condanna per ingiuria.

Il caso sul quale si sono espressi i Supremi Giudici riguarda un datore di lavoro di una ditta di Avezzano che aveva detto alla sua dipendente: «Sei una str.. se te la prendi». La donna, offesa dall’epiteto con il quale era stata etichettata, lo aveva denunciato per ingiuria. Il risultato è stata una condanna a 240 euro di multa, inflitta dal Giudice di pace, più un risarcimento danni in favore della donna da stabilire in sede civile. La sentenza è stata confermata anche dal Tribunale di Avezzano.

A nulla è valso il tentativo di ricorso avanzato dal datore in Cassazione. I suoi legali infatti avevano sostenuto che «il vocabolo “str..” era sì un epiteto forte, ma faceva parte del linguaggio comune romanesco», e il capo, in quanto romano, lo usava «normalmente nell’ambiente di lavoro in cui tutti lo conoscono e lo sanno interpretare come del tutto privo di contenuti offensivi». La tesi non è piaciuta alla Quinta Sezione Penale della Cassazione e, nel confermare la condanna, ha sottolineato che un dipendente «non è tenuto a sottostare all’uso di epiteti di disprezzo e disistima in virtù di generali scelte di espressione del datore di lavoro».

Quando un capo bacchetta i dipendenti, è scritto nella sentenza «i rilievi di qualsiasi tipo non li può fare a modo suo» anzi proprio il «rilievo riconosciuto alla finalità afflittiva e punitiva dell’espressione “st..” rende evidente come il capo abbia agito con la consapevolezza di recar danno». Inoltre, sottolinea la Cassazione «questa depenalizzazione di condotte trasgressive riveste spiccata insostenibilità in materia di rispetto della dignità umana, ancora maggiore quando è in gioco la dignità del lavoratore».

fonte: www.ilmessaggero.it

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