Famiglie, meno fondi e azioni Più libretti postali

I risparmiatori, scottati dalle Borse,
cercano prodotti d’investimento senza rischi
rinunciando a puntare su rendimenti elevati
 
Ritorno al passato per le abitudini di investimento delle famiglie italiane. Nel 2007 erano 11 su 100 le famiglie con almeno un fondo comune o una gestione patrimoniale, meno di quante erano 20 anni prima. Eppure nel 2001 la quota di famiglie con fondi o gestioni era arrivata al 23%, ma negli anni successivi la crisi dei mercati e di fiducia nei confronti del sistema bancario ha allontanato i risparmiatori. La fotografia del settore è contenuta nel rapporto: “Dove vanno i risparmiatori italiani?”, messo a punto da Gfk Eurisko per Arca sgr, che mostra un’analoga disaffezione all’investimento in azioni, praticato nel 2007 da 6 famiglie su 100, contro le 8 del 1987 e soprattutto contro le 18 del 2000. Ci sono però segnali che i risparmiatori vogliono ora riaffacciarsi al mercato degli investimenti: i più forti, ha sottolineato Gabriella Calvi Parisetti di Gfk Eurisko presentando il rapporto, muovendosi nella “cittadella protetta” del private banking e i meno forti andando alla ricerca di qualche forma di investimento semplice e comprensibile, che faccia dormire sonni tranquilli. L’allontanamento dal mondo del risparmio gestito avvenuto negli ultimi anni non è dovuto a una contrazione del risparmio: anzi, nonostante tutte le difficoltà economiche, le famiglie italiane hanno continuato a risparmiare. Nel 2007 sono state 76 su cento a riuscire a mettere qualche cosa da parte, in linea con un trend di crescita iniziato nel 2001-2002, quando le famiglie risparmiatrici erano scese al 58%. I risparmi, però, non si stanno più rivolgendo a strumenti del risparmio gestito ma vengono indirizzati su obbligazioni, possedute da 9 famiglie su 100, più del doppio rispetto a 20 anni prima, e soprattutto sui prodotti postali, posseduti dal 17% delle famiglie italiane contro il 10% del 1987. Resta il “buco” dei titoli di Stato, che erano in portafoglio al 22% delle famiglie italiane nel 1987 e solo al 12% nel 2007 e forse assorbito da investimenti immobiliari oltre che dalla liquidità di conto corrente. Secondo Gfk-Eurisiko, però, l’emorragia dal risparmio gestito si va arrestando. Al mercato partecipano ora una punta minoritaria di investitori evoluti e competenti e una “pancia” abbondante di risparmiatori semplici e basici, orfani dei titoli di Stato, che dopo aver cercato i rendimenti senza mettere in conto i relativi rischi, è ora alla ricerca di sicurezza. Secondo lo studio, dei circa 19 milioni di famiglie italiane sono circa 6 (il 31% del totale) quelli che attualmente hanno investimenti in risparmio amministrato o gestito, ma dei 13 milioni di famiglie non investitrici circa 2 si sono dichiarate propense a investire nei prossimi mesi, creando l’attesa per un mercato degli investimenti allargato a circa 8 milioni di famiglie. In futuro, ha detto Calvi Parisetti, circa 40-45% delle famiglie tornerà a investire, una quota non lontana da quella del 46% raggiunta nel picco del 2001. I 2 milioni di famiglie interessate ad affacciarsi sul mercato degli investimenti sono più presenti in Centro Italia, di età giovane o centrale (fino a 44 anni), con un livello di scolarizzazione media/media inferiore. Non si tratta di nuovi ricchi, ma di famiglie di professionisti autonomi con redditi medi, che guardano a prodotti finanziari di base e per accumulo. Complessivamente una fisionomia molto differente da quella degli investitori attuali, di età più matura, più colti, più ricchi e più adatti a prodotti di risparmio di elite o comunque di fascia alta.
Chiara Manzoni

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