Il “colpo della strega” causato da una molecola

Bloccati improvvisamente da un mal di schiena, dal classico “colpo della strega” o da una lombalgia? Una molecola potrebbe giocare un ruolo chiave. L’hanno scoperta i ricercatori dell’Università Cattolica-Policlinico universitario “Agostino Gemelli” di Roma che si sono imbattuti in NF-kB, responsabile dell’invecchiamento dei dischi invertebrali, gli “ammortizzatori” posizionati tra le vertebre.


Molecola instabile - A innescare il decadimento delle colonna vertebrale sarebbe proprio l’instabilità di NF-kB, che diventano iperattiva dà vita ad una serie di reazioni a catena che portano alla degenerazione ossea. Spegnendo in maniera selettiva NF-kB i ricercatori del team di Enrico Pola con la collaborazione di Luigi Aurelio Nasto del Dipartimento di Ortopedia e Traumatologia dell’Università Cattolica hanno scoperto che è possibile rallentare il processo. Un meccanismo che consentirebbe di proteggere dall’arrivo degli acciacchi dovuti all’età della schiena, lombalgia in testa. È stato, infatti, appurato che l’invecchiamento della schiena inizia già a 30 anni.

 

Lo studio pubblicato sulla rivista Spine è stato realizzato in collaborazione con il gruppo di ricerca dell’Università di Pittsburgh diretto dal professor Paul Robbins e dal professor James Kang. I risultati del lavoro saranno presentati e premiati con l’ISSLS Award il 31 maggio ad Amsterdam presso l’Auditorium dell’Amsterdam Rai Congress and Exhibition Venue.

fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/14163-il-colpo-della-strega-br-causato-da-una-molecola

Colgate-Palmolive ritira dal commercio colluttorio Periogard per contaminazione

La notizia arriva dal vicino Regno Unito: il gruppo Colgate-Palmolive sta ritirando dal mercato (Europa e Australia) il colluttorio ‘Colgate Periogard‘ (e sue diverse denominazioni commerciali in base al Paese in cui è distribuito). Il colluttorio in questione contiene per lo 0,2% clorexidina, un ormai diffuso disinfettante chimico ad azione antisettica ad ampio spettro. In alcuni campioni di colluttorio la clorexidina è risultata contaminata dal batterio Burkholderia, un batterio innocuo per la maggior parte della popolazione, ma pericoloso per chi è affetto da problemi polmonari come la fibrosi cistica o per chi ha un sistema immunitario abbastanza debole.

Il dottor Gerald Heddel, direttore della Medicine and Health Regulatory Agency (MHRA), sottolinea che “nella maggior parte dei casi, nei soggetti sani, non ci dovrebbero essere complicazioni, ma se dovessero presentarsi degli effetti collaterali sospetti, dopo aver utilizzato la sostanza, è preferibile rivolgersi al proprio medico curante”. Nel 20% dei casi questo batterio può portare febbre elevata e improvviso deterioramento polmonare, fino al decesso.

Il colluttorio è stato richiamato in ben 11 Paesi europei tra cui Italia e Spagna (50mila confezioni solo in UK, come riportato dalla stampa inglese e australiana – The Guardian, Telegraph, Herald Sun e SKY News) e in Australia, dopo alcuni casi segnalati di contaminazione. Periogard 0,2% si trova in commercio in Italia anche nei punti vendita al dettaglio, farmacie e parafarmacie senza bisogno di ricetta medica. I consumatori inglesi in possesso di una o più confezioni sono stati invitati a contattare il numero della Colgate-Palmolive 00800 3213 2132, mentre per l’Italia – dove la notizia ad oggi non è ancora stata diffusa dai principali organi di informazione – non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale, ma si può contattare il numero verde dell’azienda 800-860047 per i dettagli su come restituire il prodotto (che non deve essere assolutamente gettato o diffuso nell’ambiente). Non è la prima volta che la Colgate-Palmolive ha dei problemi con i prodotti messi in commercio: nel luglio del 2007 furono ritirate 20mila confezioni di dentifricio Colgate dai supermercati italiani e altre 100mila da quelli spagnoli perché furono trovate tracce di dietilenglicolo, una sostanza nociva per l’uomo. Nel novembre del 1996, un bambino inglese di 10 anni fu vittima di fluorosi dentale provocata dal dentifricio alla menta della Colgate, usato nelle quantità raccomandate.

fonte:www.spesaduepuntozero.it

Troppo stress ai pronto soccorso: malati di ansia il 20% di medici e infermieri

I pronto soccorso sono un covo di ansia e stress per medici e infermieri: soffre di frequente di stati d’ansia il 16,4% dei medici e il 20% degli infermieri di pronto soccorso, ma frequenti sono anche gli stati depressivi (a lamentarli è circa un operatore su 10), il rischio per loro è burn out (esaurimento da lavoro).

Sono solo alcuni dei dati emersi da un’indagine che sarà presentata a Roma in occasione del convegno “Lo Stress lavoro-correlato degli Operatori Sanitari dell’Emergenza” presso il Policlinico Gemelli. «Il lavoro di medici e infermieri nei Pronto soccorso dovrebbe essere considerato usurante», è l’appello di Nicolò Gentiloni, direttore del DEA del Policlinico romano.

«In un certo senso è persino riduttivo parlare di rischio, i medici sono già stressati e logorati – commenta l’indagine lo psichiatra Ferdinando Pellegrino dirigente medico del Dipartimento di Salute Mentale della Asl di Salerno ed esperto di burn out – fenomeno multifattoriale che configura una progressiva perdita di entusiasmo e motivazione al lavoro, e può preludere lo sviluppo di patologie psichiche (ansia, depressione), fisiche (infarto cardiaco) o comportamentali (irritabilità, fumo). Il PS è una vera trincea: nelle ore di punta, nel tempo impiegato da un medico di reparto per visitare un paziente, uno di PS ne ha già presi in consegna 7 e di questi ne tiene in trattamento la metà, spiega Gentiloni.

«In più ricadono su di noi le proteste di pazienti e parenti in sala d’attesa. Ci manca l’aiuto dei medici di famiglia, che non si rendono disponibili che per poche ore al giorno, week end escluso – afferma Gentiloni – non fanno notti di guardia e quindi il paziente non sapendo a chi rivolgersi va al PS anche quando risolverebbe il suo problema con una visita ambulatoriale; per questo siamo pieni di codici a bassa priorità, bianchi e verdi».

L’indagine mostra che in una giornata particolarmente impegnativa sono molti i medici (58,7% degli intervistati), e gli infermieri (54,7%) preda di forte fatica mentale. La fatica del lavoro in pronto soccorso si manifesta nella stragrande maggioranza degli infermieri (96%) entro le prime quattro ore di servizio, spiega Ivo Casagranda, responsabile DEA dell’ospedale di Alessandria. Per il 60,9% degli infermieri la postazione di lavoro più stressante in PS è il triage, perchè quando devono assegnare i codici di priorità diventano facile bersaglio di disappunto e talvolta collera di pazienti e parenti.

È emerso anche che quasi l’8% di medici e infermieri ha ricorso più volte all’uso di psicofarmaci per far fronte a situazioni di disagio o malessere psicologico derivante dal lavoro in PS. Inoltre nel corso dell’attività lavorativa il 12,7% dei medici e il 9,6% degli infermieri riconoscono di andare incontro frequentemente a stati depressivi; occasionalmente si presentano pure disturbi dell’apparato cardiocircolatorio e del comportamento alimentare; più frequentemente disturbi dell’apparato muscoloscheletrico, gastrointestinale e ancora di più disturbi del sonno, spiega Casagranda.

Il turno più pericoloso per il benessere degli operatori è la notte, aggiunge, anche perchè di notte le risorse a disposizione di ospedali e medici sono minori e quindi ci si sente un po’ più soli. Ciò può creare, soprattutto nei più giovani, ancora più ansia, col rischio anche di commettere errori. Solo una grande passione li lega alla professione di “medici ER”, tant’è che nonostante questi disagi oltre la metà di loro non cambierebbe ambito lavorativo all’interno della professione medica.

fonte: www.ilmessaggero.it

 

Pediatria obeso 1 bimbo su 3 piu pesce e sport contro epidemia chili in piu

Chili di troppo e problemi al fegato possono aumentare il rischio si sviluppare diabete e cardiopatie ischemiche già in età precoce. A lanciare l’allarme sono gli esperti dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. “L’obesità – avvertono – rappresenta una seria minaccia e se associata ad altre complicanze come il fegato grasso, l’ipertensione, l’iperglicemia o l’abuso di alcol sin da giovanissimi, può significare vedere le proprie aspettative di vita ridotte di 15 anni”. L’obesità infatti colpisce in Italia un bambino su 3. Il fegato grasso affligge invece circa un milione di bimbi.

“Un bambino obeso – spiega Valerio Nobili, responsabile epatopatie dell’ospedale Bambino Gesù – ha un’elevata probabilità di avere un fegato grasso e altri problemi cronici che compromettono la struttura dell’organo”. Alcune di queste problematiche saranno al centro della 19° edizione della Settimana Internazionale di Gastroenterologia in programma dal 22 al 26 ottobre a Stoccolma.

Tra le soluzioni proposte dal ospedale pediatrico romano: “Modificare l’alimentazione dei ragazzi iniziando dal pesce, sgrassante naturale del fegato, e più attività fisica per evitare l’accumulo di chili di troppo”. E un nuovo logaritmo che prevede la fibrosi epatica nei bimbi.

“Oggi la prevenzione si fa anche con un logaritmo in grado di scovare la fibrosi epatica nei bambini – avverte Nobili – una delle più temibili complicanze del fegato grasso. Infatti basta la combinazione di tre parametri, girovita, livello di trigliceridi a digiuno ed età. La formula matematica, a seconda del risultato, ci permette – prosegue – di evitare il ricorso alla biopsia al fegato, un test diagnostico sicuramente invasivo. Ma l’unico, finora, in grado di confermare la presenza della malattia”.

“Nel nostro Paese – avverte Nobili – si stima circa un milione di bambini con fegato grasso, ai quali vanno aggiunti quelli con sindrome metabolica e i bambini obesi. Se non si interviene immediatamente per loro ci sarà una sensibile riduzione della spettanza di vita. E una strategia è quella lavorare sull’alimentazione dei ragazzi. Ad esempio – prosegue lo specialista – con menù ‘ad hoc’ ricchi anche di pesce che agisce come una sorta di ‘sgrassante’ naturale per il fegato”.

Ma non solo: “Si possono promuovere stili di vita salutari, spostamenti a piedi e attività fisica individuando spazi adeguati – suggerisce Nobili – per sostenere questo impegno, facendo prevenzione strutturata, in Italia disponiamo di uno strumento unico al mondo: la pediatria di base”.

fonte: www.libero-news.it

 

Ticket sanitari, ogni regione fa da sé. Giungla di prezzi per visite specialistiche e PS

Sulla partecipazioni dei cittadini alla spesa per la sanità è anarchia tra le regioni italiane. Ognuna interpreta a suo modo la manovra di luglio che introduce un ticket di 10 euro sulle visite specialistiche e le analisi e 25 euro sui “codici bianchi” al pronto soccorso (cioè quelli che non richiedono nessuna urgenza). Col risultato che a pochi chilometri di distanza un cittadino-paziente può ricevere trattamenti del tutto diversi.

Il Movimento Consumatori ha condotto un’indagine su come è stata applicata la nuova norma sul territorio nazionale. Il servizio sanitario infatti, come è noto, è gestito dalle regioni. E ognuna ha “personalizzato” il sistema. Così si può arrivare a situazioni limite in cui “una persona che si reca al pronto soccorso e dichiara di avere un dolore a livello gastrico, se sottoposto a visita cardiologica, elettrocardiogramma, consulto chirurgico ed ecografia, senza che si evidenzi nulla di serio, può pagare anche 130,15 euro”.

Lo sostiene Rossella Miracapillo, responsabile dell’Osservatorio Farmaci & Salute del Movimento Consumatori. Considerando ticket già esistenti e quelli appena introdotti il conto è presto fatto: 30 euro per il cardiologo cui si aggiungono 10 euro di ticket nazionale, 19 euro per la visita chirurgica più altri 10 di ticket e 36,15 euro per l’ecografia. Se alla fine di tutti i controlli i medici non riscontrano nulla, il paziente “ipocondriaco” può essere classificato come codice bianco e deve pagare altri 25 euro. Totale 130,15, appunto.

Ticket a macchia di leopardo

Ma la realtà può essere molto diversa tra una regione e l’altra. Sono tre quelle che hanno rinunciato al ticket di 10 euro sulla specialistica: la Valle D’Aosta, le due province autonome di Trento e Bolzano e la Sardegna (quest’ultima sta pensando a un aumento simbolico di 1 euro per tutti).

Le altre hanno recepito i nuovi ticket con modalità diverse:

•  alcune hanno semplicemente proceduto con un’introduzione secca e senza modulazioni del ticket di 10 euro a ricetta: sono Liguria, Lazio, Basilicata, Calabria.

•  altre hanno deciso di introdurlo ma con eventuali rimodulazioni: sono Friuli Venezia Giulia, Campania, Molise;

•  la Sicilia, che aveva già un ticket di 2 euro a ricetta, lo ha aumentato di 8 euro per arrivare a 10;

•  due regioni – Lombardia e Piemonte – definiscono il ticket in base al tipo di esame e al valore della prestazione: per le ricette fino a 5 euro non c’è aumento e si sale fino a un massimo di 30 euro per gli esami più complicati;

•  un blocco di regioni invece (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche) ha modulato il ticket in base al reddito:
- fino a 36.152 euro esenzione totale,
- fra 36.153 euro e 70.000 euro, ticket di 5 euro,
- fra 70.001 e 100.000 euro, ticket di 10 euro,
- oltre i 100.000 euro, ticket di 15 euro;

•  applicano il criterio reddituale ma con una soglia unica il Veneto (ticket di 10 euro per redditi superiori a 29mila euro e di 5 euro per redditi inferiori) e l’Abruzzo (ticket solo per redditi superiori a 36.151 euro annui).

“Ci troviamo di fronte a 20 sistemi diversi”, continua  Miracapillo. “I costi elevati per accedere alle prestazioni pubbliche si aggiungono a interminabili liste di attesa. Le persone preferiscono, quindi, rivolgersi alle strutture private per la loro celerità.

fonte : http://economia.virgilio.it/tasse/ticket-sanitari-ogni-regione-fa-da-se-giungla-di-prezzi-per-visite-specialistiche.html

Scoperta per caso molecola anticalvizie:primi test sui topi con l’antistressina

Lo stress gioca un ruolo non solo nell’arrivo dei capelli bianchi, ma anche nella perdita della chioma. Un problema diffuso, tanto che negli anni si sono moltiplicate le lozioni miracolose e i trattamenti farmacologici contro la calvizie. Ma anche i prodotti efficaci non sono in grado di restituire una chioma lussureggiante. Ora un team guidato da ricercatori dell’Università della California a Los Angeles (Usa) e della Veterans Administration, pensa di aver trovato una soluzione.

Una scoperta venuta per caso. Indagando su come lo stress influisce sulla funzione gastrointestinale, i ricercatori americani pensano di aver trovato un composto chimico che induce la crescita dei capelli, bloccando l’ormone dello stress. L’inattesa scoperta è descritta online su “Plos One”. «I nostri risultati dimostrano che un trattamento di breve durata con questo composto causa un’incredibile ricrescita dei peli a lungo termine in topi mutanti, cronicamente stressati», spiega Million Mulugeta, della David Geffen School of Medicine alla Ucla. «Questo potrebbe aprire nuove strade per curare la caduta dei capelli nell’uomo attraverso la modulazione dei recettori degli ormoni dello stress, in particolare contro la perdita di capelli legati a stress cronico e invecchiamento».

Il team di ricerca, che in origine studiava le interazioni cervello-intestino, include anche studiosi del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, in California, e dell’Oregon Health Sciences University. Per i loro esperimenti, i ricercatori hanno usato topi geneticamente modificati per produrre in eccesso un ormone dello stress: il fattore di rilascio della corticotropina (Crf). Questi topi con l’età perdono peli e alla fine diventano calvi sulla schiena, cosa che li rende molto riconoscibili.

I ricercatori dell’Istituto Salk avevano sviluppato il composto chimico, un peptide chiamato astressin-B, descrivendo la sua capacità di bloccare l’azione del Crf. Così sono stati realizzati gli animaletti ingegnerizzati ad hoc. Iniettando la molecola nei topi calvi, i ricercatori dell’Ucla hanno visto che una sola applicazione non dava effetti, così hanno continuato per 5 giorni, per dare al peptide una migliore possibilità di bloccare i recettori ‘nel mirinò. Poi hanno rilevato gli effetti nel colon degli animali sottoposti a stress indotto, rimettendoli nelle gabbie insieme alle cavie pelose utilizzate per fare il confronto.

Circa tre mesi dopo, gli investigatori hanno ritirato fuori i topolini per condurre ulteriori studi gastrointestinali, scoprendo di non poter più distinguere gli animali geneticamente modificati da quelli normali. Il pelo era ricresciuto, folto e lucido, sulle schiene precedentemente glabre. «Quando abbiamo analizzato il numero di identificazione dei topi su cui il pelo era ‘ritornatò abbiamo scoperto che, in effetti, il peptide è stato responsabile della super-ricrescita nei topi calvi», spiega Mulugeta. «Studi successivi hanno confermato questo fenomeno in modo inequivocabile».

Di particolare interesse, secondo gli autori, è la breve durata dei trattamenti: solo un’iniezione al giorno per cinque giorni consecutivi basta per mantenere gli effetti per un massimo di quattro mesi. «Un tempo relativamente lungo, visto che i topi vivono meno di due anni», ha aggiunto Mulugeta. Se l’effetto si conserverà anche nell’uomo, il peptide potrebbe rappresentare una soluzione duratura contro l’incubo calvizie. Ucla e Salk Institute ci credono, tanto che hanno presentato domanda di brevetto per l’uso del peptide astressin-B per la crescita dei capelli.

fonte: www.ilmessaggero.it

Certificati sanitari online

Da domani scattano le multe. I sindacati: falle nel sistema. Fimmg: serve un rinvio, altrimenti faremo obiezione. Il nuovo metodo in uso da aprile

Da domani i medici italiani sono pronti a fare disobbedienza civile contro il Governo, dando vita a una protesta senza precedenti. La battaglia dei certificati online sta per arrivare al suo culmine: dal primo febbraio è prevista l’applicazione delle sanzioni per i camici bianchi che non mandano per via informatica all’Inps i referti di malattia. Se i dati del malato non vengono comunicati per due volte, può scattare il licenziamento. Il punto è che da una parte molti professionisti, circa la metà, non sono ancora pronti perché non hanno programmi e connessioni adeguate, dall’altro, accusano i sindacati, il ministero non ha messo a disposizione un sistema efficiente, perché spesso, soprattutto il lunedì, il cervellone si blocca e il call center che lo dovrebbe sostituire non funziona quasi mai. Parola di Giacomo Milillo, il segretario del sindacato più rappresentativo dei medici di famiglia, la Fimmg, persona normalmente pacata che su questa questione si scalda molto. “Non prevedere un rinvio del sistema sanzionatorio sarebbe come gettare un fiammifero sulla benzina. Faremo disobbedienza civile. Del resto l’ingiustizia è lampante. Il medico viene colpito con la sanzione disciplinare, che tra l’altro non è graduata, se non ha l’attrezzatura adeguata ma paga anche se non funziona il cervellone del ministero. Quando si blocca tutto si perde un mare di tempo e la burocrazia ruba spazio all’assistenza ai pazienti”.

Tutti i sindacati si sono riuniti venerdì, ospedalieri

con medici di famiglia, internisti con dottori del pronto soccorso. Hanno chiesto un incontro urgente con il ministro Brunetta, hanno scritto ai dicasteri interessati dalla riforma (oltre a Pubblica amministrazione e innovazione, Economia, Sanità e Lavoro) e alle Regioni. È partita anche una lettera per Berlusconi. I camici bianchi non intendono accettare le sanzioni. “Bisogna rinviarle per un anno – dice Milillo – Ci aspettiamo che si prenda questa decisione”.

Il nuovo sistema per la trasmissione dei certificati di malattia all’Inps è stato introdotto nell’aprile del 2010 ed ha iniziato a lavorare a giugno. Quando il professionista decide che un paziente deve restare a casa, scrive sul suo computer il referto che parte direttamente verso il cervellone dell’Inps, facendo ottenere un indubbio risparmio di tempo, e viene stampato in due copie per la persona malata, che ne terrà una per sé e manderà l’altra, senza diagnosi, al datore di lavoro. “Intanto, il cervellone si blocca spesso – dice Milillo – A quel punto si può chiamare il call center, con cui non si riesce mai ad arrivare in fondo alla procedura. Questo strumento servirebbe anche quando si accerta la malattia al domicilio del paziente, nel caso questi non abbia una connessione veloce”. Ma ci sono anche tantissimi medici che non hanno istallato i programmi o non hanno connessione. I sindacati stimano che si tratti del 50% dei professionisti. Bisogna tener presente che si calcola anche chi lavora in ospedale. “Regioni come Lombardia ed Emilia sono molto avanti, tutti possono mandare i certificati online, altre sono molto indietro”, spiega Milillo

fonte: www.repubblica.it

Arriva la carta d’identità per i cibi d’Italia

Legge Diventa obbligatoria l’indicazione della provenienza su tutti i prodotti alimentari

Arriva l’etichetta «verità» sui cibi venduti in Italia. Un’innovazione che consentirà ad esempio di evitare che le mozzarelle arrivate dalla Germania siano vendute come campane. E lo stesso per tutti gli alimenti spacciati per made in Italy e che di tricolore hanno ben poco. È questo l’effetto più evidente della nuova legge sul luogo d’origine degli alimenti che ieri ha definitivamente passato l’esame del Parlamento. Diventa infatti obbligatoria per tutti i prodotti alimentari l’etichetta d’origine che prima era richiesta solo in alcuni alimenti, ovvero carne bovina, pollo, ortofrutta fresca, uova, miele, latte fresco, passata di pomodoro ed extravergine di oliva. Lo stabilisce il provvedimento varato all’unanimità dalla Commissione agricoltura della Camera. «È l’unica legge di cui mi ricordi che sia stata approvata all’unanimità in questa legislatura – commenta il ministro delle politiche agricole Giancarlo Galan – nel ricordare non solo il lavoro svolto dal ministero ma «i tanti padri che ha avuto questo provvedimento a favore sia dei produttori che dei consumatori, compreso l’ex ministro Zaia». Ora per il ministro si apre la battaglia per vedere riconosciuta la normativa a livello europeo. Ma il ministro è ottimista, e ricorda che l’Italia ha vinto quella per l’etichetta di origine sull’olio extravergine. Dalla prossima settimana il ministero sarà al lavoro sui decreti attuativi per l’indicazione obbligatoria che riguarderanno in primis la filiera suinicola e il comparto lattiero-caseario. La nuova disciplina sull’etichettatura, oltre all’obbligo dell’indicazione di origine sui prodotti alimentari, «per assicurare ai consumatori una completa informazione e rafforzare prevenzione e repressione delle frodi alimentari», prevede anche l’obbligo, in conformità alla normativa Ue, di indicazione in etichetta dell’eventuale utilizzazione di ingredienti in cui vi sia presenza di Ogm. Per gli alimentari trasformati, l’indicazione riguarda il luogo in cui è avvenuta l’ultima trasformazione sostanziale e il luogo di coltivazione e allevamento della materia prima agricola prevalente utilizzata. Molto positivi i commenti di tutte le organizzazioni agricole e Coldiretti, che per l’etichettatura si è spesa in una battaglia iniziata negli anni ’90, ha festeggiato il varo della legge con una grigliata record a Piazza Montecitorio, arrostendo una salsiccia lunga cento metri composta da 80 kg di carne di maiale da allevamenti di qualità del reatino. Per Sergio Marini, presidente di Coldiretti, «questa legge è una vittoria dell’Italia intera perché ha dimostrato di essere leader in Europa in tema di sicurezza alimentare».

fonte: www.iltempo.it

Aids, il vaccino c’è ma mancano i soldi per sviluppare la sperimentazione

Aiuta a rigenerare il sistema immunitario il sistema messo
a punto all’Iss dai ricercatori italiani

Aiuta e rigenera il sistema immunitario, il vaccino terapeutico contro l’Aids messo a punto in Italia, presso l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) e giunto alla fase 2 della sperimentazione. I risultati ottenuti finora su 87 pazienti di età compresa fra 18 e 58 anni, tutti in cura con la terapia antiretrovirale (Haart), sono pubblicati sulla rivista Plos One.

La sperimentazione, coordinata dal gruppo di Barbara Ensoli, è in corso in 11 centri ed è stata finanziata con 13 milioni. Frutto di una ricerca che ha portato finora a 10 brevetti da parte di una struttura pubblica come l’Iss, il vaccino terapeutico agisce colpendo la proteina Tat, che si trova all’interno del virus Hiv: è il motore che gli permette di replicarsi e diffondersi nell’organismo. «Abbiamo visto che il vaccino arriva dove i farmaci si fermano», ha spiegato la ricercatrice. I farmaci antiretrovirali riducono infatti il numero delle particelle di virus in circolazione, ma non riescono ad azzerarle. Il virus continua ad essere presente e si rifugia in «santuari», costringendo il sistema immunitario ad un continuo stato di allerta. Il risultato è una vera e propria sindrome, che si manifesta con problemi cardiovascolari, epatici, renali. Il vaccino – ha detto ancora Ensoli – sembra riportare il sistema immunitario verso uno stato di equilibrio».

La fase 2 della sperimentazione non è ancora conclusa e l’obiettivo è arrivare a vaccinare 160 volontari. Tuttavia «abbiamo deciso di pubblicare adesso perchè abbiamo ottenuto in tempi molto rapidi risultati statisticamente significativi: vederli è stata un’emozione», ha detto Ensoli.«A 48 settimane dalla somministrazione del vaccino i parametri continuano a migliorare, sembra che riusciamo a bloccare il danno». Per il presidente dell’Iss, Enrico Garaci, i risultati appena pubblicati «ci danno ragione degli sforzi compiuti» e «confermano il modello di ricerca traslazionale che stiamo attuando, dal bancone del laboratorio al letto del paziente». Per completare la sperimentazione fino a 160 volontari servono adesso altri fondi e l’appello dei ricercatori è rivolto tanto al pubblico quanto a strutture private.

fonte: www.ilmessaggero.it

L’amore è il miglior antidolorifico

Un amore appassionato può avere un effetto analgesico paragonabile alla maggior parte degli antidolorifici in commercio o alla cocaina. A rivelarlo e’ uno studio pubblicato dalla rivista PLoS ONE’. I ricercatori della Stanford University School of Medicine, coordinati da Sean Mackey, hanno reclutato 15 studenti universitari (8 donne e 7 uomini) ai quali hanno chiesto di portare una foto della persona per la quale provavano amore. Ai partecipanti allo studio sono state successivamente mostrate queste foto mentre venivano sottoposti a un impulso termico doloroso: nel frattempo l’attività dei loro cervelli era tenuta sotto controllo tramite risonanza magnetica funzionale. In una seconda fase la percezione del dolore da parte degli studenti è stata testata assieme alla capacità di distrazione con associazioni di pensiero non relative ad argomenti sentimentali o partner. E’ emerso che sia la distrazione sia la visione di un’immagine della persona amata hanno un forte potere antidolorifico, ma che questa seconda opzione garantisce un effetto analgesico più elevato e curiosamente anche che i due processi seguono percorsi cerebrali molto diversi tra loro. “Nel caso dei test di distrazione, i meccanismi molecolari del sollievo dal dolore sono soprattutto di tipo cognitivo e riguardano la parte corticale del cervello – spiega Jarred Younger, anestesista della Stanford University School of Medicine – mentre l’analgesia indotta dall’amore a quanto pare coinvolge porzioni più primitive e profonde del cervello, attivando blocchi a livello spinale, un po’ come succede con i farmaci oppioidi”.
Il capo del team di ricercatori statunitensi aggiunge: “Quando le persone sono innamorate, almeno nella fase passionale dell’amore, si verificano delle profonde alterazioni dell’umore che hanno un impatto sensibile sulla percezione del dolore di un individuo. Si tratta di antichissimi processi cerebrali che coinvolgono la dopamina, il neurotrasmettitore che influenza il senso di appagamento e la motivazione.”

fonte: www.unita.it

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.