Lavoro, più occupazione per gli over 55 altrimenti salta il sistema delle pensioni

I dati mensili sulle forze di lavoro di Istat ed Eurostat enfatizzano, giustamente, il livello raggiunto dalla disoccupazione giovanile. A gennaio le persone tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro erano 655mila, pari al 10,9% della popolazione in questa fascia di età, mentre il tasso di disoccupazione, ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale degli occupati o di coloro che si dichiaravano in cerca di lavoro, è arrivato al 38,7%. Tutti gli altri indicatori “forti”, occupazione e tasso di inattività, riguardano invece l’intera popolazione in età da lavoro, ovvero tra i 15 e i 64 anni, in linea con le strategie di analisi statistica dei principali istituti internazionali e delle banche centrali.

Ma per paesi come l’Italia, dove entro pochissimi anni (il 2021) l’età di pensionamento di vecchiaia non potrà essere inferiore ai 67 anni, quelle informazioni statistiche non bastano più. Serve un nuovo “segnale stradale” per dirci, mese dopo mese, se la direzione in cui si muove il mercato del lavoro è compatibile con la tenuta del sistema pensionistico. L’indicatore migliore è il tasso di occupazione (T.O.) della classe di età 55-64 anni, fermo al 41,1% nel 2012 (51,2 per gli uomini, 31,7 per le donne) contro il 56,6% dell’intera popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni (66,1% per gli uomini, 47,1 per le donne).
Soprattutto per effetto delle riforme che sono state varate dal ’92 e che nel ’95 hanno portato l’Italia nel ristretto club dei sistemi contributivi puri ( il cosiddetto nonfinancial defined contribution pension scheme, Ndc; adottato finora solo in Svezia, Polonia e Lettonia ma studiatissimo da un gran numero di altri paesi, a partire dalla Cina) il tasso di occupazione di queste coorti di lavoratori in età avanzata è cresciuto molto rispetto al 29,8% del 1993 (15,4% le donne, 41,5% gli uomini). Ed è cresciuto con una certa rigidità negli ultimi vent’anni, nonostante la debolissima crescita economica, proprio per i successivi innalzamenti dei requisiti di pensionamento che hanno trattenuto molti lavoratori dal ritiro anticipato. Oggi però quella dinamica è sottoposta a torsioni inedite, frutto di una recessione profonda, quei 13 trimestri con un Pil in calo registrati negli ultimi 5 anni che hanno prodotto una perdita di valore aggiunto superiore al 6% cumulato.

Come in tutte le grandi storie, siamo a un punto di svolta sorprendente ma al tempo stesso inevitabile. E proprio in questo contesto difficilissimo è necessario accendere un riflettore sul tasso di occupazione degli over 55enni (anzi, sarebbe il caso di portare le rilevazioni fino a 67-68 anni). Bisogna farlo per una serie di ragioni non più rinviabili. Perché solo un’attenzione costante su questa parte del mercato del lavoro può indurre i policy maker ad attivare tutte le politiche possibili per aumentare l’occupabilità dei più anziani (nel 2012 il T.O. italiano tra 60 e 64 anni era al 20%, contro il 40% della Germania, il 30% dell’Ue-27 e il 60% della Svezia). Ma anche perché questo nuovo monitor servirà per gestire al meglio i difficili anni che ci aspettano, con risorse decrescenti per finanziare gli ammortizzatori sociali in periodi di disoccupazione che saranno prolungati e per coorti più ampie.

Il nodo produttività e le responsabilità delle parti sociali
Pur con tutte le flessibilità possibili, le sperimentazioni in part-time e part-pension, un ripensamento in sede di contrattazione collettiva sulla struttura dei salari (perché ancora gli scatti di anzianità dei vecchi tempi?) non si potranno più “esodare” lavoratori senza almeno aver tentato coraggiose politiche di re-impiego. E non si potrà più rinviare il problema nazionale della bassa occupazione femminile (il T.O. delle donne tra i 55 e i 64 anni in Italia è passato dal 15% del 2001 al 25% del 2010, mentre in Germania nello stesso decennio è salito dal 30 al 50%). Ancora, sarà indispensabile che la formazione continua non si riduca a un opzional fasullo ma diventi una costante per tutti, ben monitorata e di qualità, come fanno notare i migliori economisti del lavoro. Altrimenti tra pochi anni, anche considerando l’inevitabile spiazzamento tecnologico, avremo un quarto degli occupati a bassa produttività, con tutte le conseguenze immaginabili sul Pil.

Nel 2009, due anni prima della riforma Fornero quindi, l’età di pensionamento effettivo è stata di 60,5 anni per gli uomini (contro i 65 anni di vecchiaia già previsti per legge) e di 59,5 anni per le donne (contro il vecchio requisito dei 60 anni). E’ un gap che va chiuso, altrimenti il sistema non reggerà dopo il pensionamento degli ultimi babyboomers. E nel 2009, è bene ricordarlo, un uomo che è andato in pensione quattro anni prima dell’età prevista per la vecchiaia aveva un’aspettativa di vita residua ancora di 21 anni.

fonte: www.ilsole24ore.com

Calano i risparmi delle famiglie

Cala la propensione al risparmio e il potere d’acquisto delle famiglie italiane. E scendono i profitti delle imprese. È questa la fotografia scattata dall’Istat proprio mentre l’Ocse registra per il nostro paese una contrazione del Pil nel quarto trimestre dello 0,7% dopo il -0,2% registrato nei precedenti tre mesi dell’anno. Nel 2011 la propensione al risparmio delle famiglie si è attestata al 12%, il valore più basso dal 1995, con una diminuzione di 0,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Nel quarto trimestre è stata pari al 12,1%, in aumento dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, ma più bassa di 0,8 punti percentuali rispetto al quarto trimestre del 2010.

Nella media del 2011 la riduzione del tasso di risparmio è il risultato di una crescita del reddito disponibile (+2,1%) più contenuta rispetto alla dinamica della spesa per consumi finali (+2,9%) espressa in valori correnti. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane cala invece dello 0,5% poichè nel 2011 i redditi sono cresciuti meno dell’inflazione. Lo scorso anno il reddito disponibile in valori correnti è aumentato del 2,1%. Nell’ultimo trimestre dell’anno esso ha registrato un aumento dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell’1,1% rispetto a quello corrispondente del 2010. Negli ultimi tre mesi dell’anno la riduzione è stata dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1,9% rispetto al quarto trimestre del 2010. Brutte notizie anche sul fronte delle imprese. La quota di profitto delle società non finanziarie si è attestata al 40,4%, il valore più basso dal 1995, con una riduzione di 1,1 punti rispetto al 2010.

Nel quarto trimestre, essa è stata pari al 40,3%, -0,6 punti percentali sul trimestre precedente e -0,9 punti sul corrispondente periodo 2010. Il calo del potere d’acquisto delle famiglie, secondo il Codacons, equivale per un nucleo di 3 persone a una ’tassa invisibilè di 172 euro, che si va ad aggiungere alle tasse vere introdotte dalle varie manovre. Confcommercio dal canto suo registra a febbraio una riduzione dei consumi dello 0,9% in termini tendenziali e dell’1% rispetto a gennaio, con un ritorno sui livelli minimi della primavera del 2009

fonte: www.lastampa.it

 

Aumentano le accise, carburanti più cari

In arrivo nuovi aumenti per benzina e gasolio. Aumentano infatti da oggi di 4 centesimi a litro le accise sui carburanti per «fronteggiare l’emergenza immigrati». È quanto deciso dall’Agenzia delle Dogane e riportato da «Staffetta Quotidiana», sottolineando che la decisione di aumentare le accise su benzina e gasolio autotrazione nasce dalla necessità di «fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria nel territorio nazionale determinato dall’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti a Paesi del Nord Africa». Le nuove accise aumentano per la benzina a 611,30 euro per mille litri (da 571,30 euro per mille litri) e per il gasolio a 470,30 euro per mille litri (da 430,30 euro per mille litri). Il tutto da oggi fino al 30 giugno, perchè dal 1 luglio entreranno in vigore anche i nuovi aumenti previsti dal decreto sul fondo unico dello spettacolo. Dal 1 luglio al 31 dicembre 2011 le accise saliranno ancora a 613,20 euro per mille litri per la benzina e 472,20 euro per mille litri per il gasolio.

LA PROTESTA DEI CONSUMATORI – Indignati i consumatori. «Già dallo scorso anno i carburanti hanno subito un aumento di 410 euro (240 euro annui per i soli costi diretti, a cui si aggiungono 170 euro per i costi indiretti). Alla luce di questa irresponsabile decisione – si legge in una nota di Federconsumatori e Adusbef – ci saranno ulteriori aumenti pari a 48 euro annui per i costi diretti e 30 euro quelli indiretti. Una situazione intollerabile, che peserà ancora una volta sulle tasche delle famiglie, già svuotate dalle pesanti ricadute della crisi. Tra l’altro, riteniamo una gravissima bugia la motivazione addotta per tale operazione, quella dell’emergenza immigrati». «Tra benzina e gasolio – prosegue la nota – questa operazione frutterà all’erario maggiori entrate pari, secondo i primi conteggi, a oltre 2 miliardi di euro l’anno. Non si riesce bene a capire, poi, come l’agenzia delle dogane possa mettere le mani in tasca ai cittadini in maniera così pesante. Il ministro dell’Economia intervenga immediatamente per chiarire la situazione».

fonte: http://www.corriere.it

 

Energie rinnovabili, stangata sulle bollette degli italiani

La denuncia arriva dall’autorità per l’energia elettrica: il sistema degli incentivi costa e crea inefficienza

Potrebbe arrivare una stangata da 5,7 miliardi di euro per le bollette. Motivo? Gli incentivi alle fonti rinnovabili. E’ questa la denuncia che arriva dall’autorità per l’energia elettrica e il gas nella relazione sullo stato del mercato nazionale dell’elettricità e del gas, trasmessa al parlamento come richiesto dalla legge sviluppo del 2009.

Nella relazione non c’è nulla contro le energie rinnovabili, anzi sono definite “una grande opportunità”. Ma per le bollette degli italiani – secondo l’autorità – “si profila invece il rischio di una stangata rinnovabili per effetto di un sistema di incentivi, fra i più profittevoli al mondo con un impatto crescente in bolletta: dai 2,5 miliardi di euro del 2009 si è passati ai 3,4 del 2010 e nel 2011 potrebbe arrivare, in assenza di interventi, fino a 5,7 miliardi di euro”.

E non finisce qui. A far crescere i costi “”vi è poi il possibile raddoppio dei costi a 1,6 milioni di euro legati all’eccesso di offerta di certificati verdi ed alla crescita esponenziale degli incentivi al fotovoltaico, (aumentati da 300 milioni di euro del 2009 a 826 milioni nel 2010) e l’eventualità di triplicare nel 2011″.

In pratica il sistema degli incentivi così spinto sta creando un sistema energetico rinnovabile scarsamente efficiente. Come lo spiega la relazione dell’authority: “… secondo le migliori stime ad oggi possibili, se tutti gli impianti che cono stati dichiarati terminati (salvo gli indispensabili ed urgenti controlli) entrassero realmente in esercizio entro il 30 giugno 2011, in Italia potrebbero esserci a quella data 180.000 impianti fotovoltaici, con una potenza installata di 6500 mw, una producibilità di 8 twh e un conseguente costo per il sistema elettrico prossimo ai 3 miliardi di euro su base annua. Se a questi impianti si aggiungessero i 3000 mw preventivati con il decreto 6 agosto 2010, l’obiettivo nazionale al 2020 per il fotovoltaico, verrebbe raggiunto già nel 2013, con 7 anni di anticipo ed a costi molto più elevati per il sistema, sulla base di tecnologie più costose e meno efficienti rispetto a quelle che potrebbero svilupparsi nei prossimi anni”.

Pubblicità telefonica, da lunedì attivo il Registro blocca chiamate

Stop una volta per tutte alle telefonate pubblicitarie indesiderate. Da lunedì 31 chi è sull’elenco telefonico e non vuole più ricevere chiamate, può iscriversi al Registro delle opposizioni per bloccare pubblicità, offerte commerciali e sondaggi. L’iscrizione si può fare semplicemente on line, e non occorre per chi ha già deciso di non apparire più sull’elenco telefonico. In questo caso, infatti, le chiamata commerciali sono già vietate da tempo.

Come funziona il Registro - Il Registro pubblico delle opposizioni, nato tre mesi fa con la riforma del Codice per la protezione dei dati personali, raccoglie i dati degli abbonati presenti negli elenchi telefonici pubblici che non desiderano più essere contattati telefonicamente per scopi commerciali, promozionali o per ricerche di mercato. Il sistema è gestito dalla Fondazione Bordoni, ente di ricerca che fa capo al Ministero dello sviluppo economico. Per gli utenti che decidono di iscriversi nel Registro scatta, dunque, il divieto di telefonate indesiderate, pena pesanti sanzioni per gli operatori. Gli operatori di teleselling, infatti, da ora in poi debbono necessariamente consultare il Registro prima di avviare qualunque tipo di operazione promozionale. Incrociando i dati in loro possesso con quelli presenti nell’elenco dovranno escludere chi non vuol ricevere telefonate.

L’iscrizione solo per chi è negli elenchi telefonici - Come già detto, comunque, si dovrà iscrivere al Registro solo chi ha scelto di apparire sugli elenchi telefonici. Chi ha optato per la non iscrizione, invece, non dovrà preoccuparsi di nulla dato che di fatto con questa scelta ha già escluso la possibilità di essere contattato per scopi commerciali.

Per iscriversi sono previste diverse possibilità:
- modulo elettronico sul sito web dedicato;
- posta elettronica all’indirizzo predisposto dal gestore della linea telefonica;
- telefonata, effettuata dalla linea telefonica con numerazione corrispondente a quella per la quale si chiede l’iscrizione, al numero telefonico gratuito appositamente predisposto dal gestore. Il sistema funziona mediante risponditore automatico, con possibilità di ottenere, comunque, un’assistenza telefonica non automatizzata in caso di difficoltà o problemi di iscrizione o modifica o cancellazione dei dati;
- lettera raccomandata o fax agli indirizzi indicati dal gestore.
L’iscrizione nella lista blocca telefonate viene effettuata entro il giorno lavorativo successivo alla richiesta.

In caso dati presenti in altri elenchi - L’iscrizione nell’elenco blocca qualsiasi trattamento dei dati per fini pubblicitari o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale, quando i dati sono raccolti dall’elenco telefonico. Non blocca, invece, l’invio di altri messaggi pubblicitari da parte di singoli soggetti che abbiano raccolto o raccolgano tali dati da fonti diverse dagli elenchi telefonici. In sostanza se si lascia il numero di telefono o altri dati ad operatori commerciali, o alle catene commerciali – come accade, ad esempio, quando si sottoscrive una fidelity card – occorre cancellarsi dal singolo elenco se non si vuol più ricevere pubblicità.

Senza iscrizione scatta il silenzio-assenso - L’iscrizione nel Registro è a tempo indeterminato e revocabile senza alcuna limitazione. Ovviamente i dati sono protetti contro l’accesso abusivo, e l’accesso può essere effettuato solo per finalità ispettive da parte del Garante per la privacy. Chi non si iscrive ed è presente negli elenchi telefonici, invece, di fatto autorizza le società a continuare ad effettuare telefonate commerciali in base al principio del silenzio-assenso. E’ però sempre possibile cambiare idea anche all’arrivo della prima telefonata.

Numeri in chiaro e obbligo di avvertire della possibilità di iscriversi al Registro – Le norme, infatti, accanto all’operatività del Registro hanno previsto l’obbligo per gli addetti al call center di indicare, anche in assenza di una specifica richiesta dell’interessato, che i dati personali sono stati estratti dall’elenco degli abbonati, e la possibilità di iscriversi nel Registro per non ricevere più telefonate. Inoltre il numero da quale vengono effettuate le chiamate pubblicitarie deve apparire in chiaro, in modo che sia possibile presentare eventuali segnalazioni al Garante della privacy se nonostante il divieto si continua ad essere disturbati.
Il sito del Registro per l’iscrizione on line
Le regole per rivolgersi al Garante della privacy

fonte: www.repubblica.it

 

La Ue rivede al rialzo il Pil 2010,sei mesi di sofferenza, poi la libertà

L’Italia passa a 1,1 da 0,8. Germania e Polonia le locomotive. L’Ocse: segnali di rallentamento della crescita in sei paesi

 La Commissione Ue e l’Ocse hanno presentato oggi le proprie previsioni aggiornate per il 2010. Per l’Italia il rapporto presentato a Bruxelles dal commissario Olli Rehn parla di un rialzo dallo 0,8% di maggio a 1,1, con una ripresa che viene giudicata «moderata» e sarà trainata principalmente dal settore industriale grazie al rilancio delle esportazioni dopo il collasso verificatosi nel 2009. Nel terzo trimestre il Pil crescerà dello 0,5%, nel quarto dello 0,2%. Nel primo e nel secondo trimestre dell’anno il Pil era cresciuto di 0,4% in entrambi i trimestri.

Il miglioramento della previsione della Commissione è spiegato dall’impulso di crescita più forte di quanto anticipato proveniente dalla domanda esterna e dal profilo di crescita trimestrale nel 2009. La ripresa moderata dell’economia italiana, è scritto nel rapporto, dipende dal sostegno della domanda esterna che favorirà gli investimenti in equipaggiamenti. Tale risultato è anche dovuto agli incentivi fiscali terminati alla fine di giugno. Invece gli investimenti nel settore delle costruzioni dovrebbero restare deboli nei prossimi trimestri.

La situazione del mercato del lavoro viene giudicata «fragile» e «continuerà a pesare sulla dinamica del consumo privato». Le prospettive di medio termine per l’economia italiana appaiono soggetti sia a rischi al rialzo sia a rischi al ribasso della previsione di crescita. Da una parte la domanda globale potrebbe rivelarsi più forte di quanto anticipato con effetti favorevoli per gli investimenti delle imprese. Dall’altra parte possibili nuove tensioni e incertezze sui mercati finanziari possono condizionare negativamente la fiducia degli operatori economici.

Germania e Polonia surclassano il resto della Ue. Nell’Eurozona nel terzo trrimestre la crescita del pil dovrebbe attestarsi a quota 0,5% (sul trimestre precedente), nel quarto scendere a 0,3%, per un dato complessivo 2010 dell’1,7 (dallo 0,9 di maggio). Nella Ue 0,5% e 0,4%, per un totale di 1,8 (era 1%). Per l’inflazione le nuove stime indicano 1,6% in entrambi i trimestri nell’Eurozona e 1,8% nella Ue. Le nuove previsioni si fondano sull’andamento della crescita nei sette maggiori paesi Ue (Francia, Germania, Italia, Spagna, Olanda, Polonia e Regno Unito) che costituiscono l’80% del pil Ue. La crescita più elevata è quella di Germania e Polonia, entrambe al 3,4% (1,2% stimato in maggio per la Germania, 2,7% per la Polonia); seguono Olanda all’1,9% (da 1,3%), Regno Unito all’1,7% (da 1,2%), Francia all’1,6% (da 1,3%), Italia all’1,1% (da 0,8%). La Spagna è il solo paese a trovarsi ancora in recessione: -0,3% rispetto alla stima precedente di -0,4%.

L’inflazione si attesterà a quota 1,4% nell’Eurozona, a fronte di una stima a maggio di 1,5%, e a quota 1,8% per la Ue. Sarà dell’1,1% in Germania (stima precedente 1,3%), all’1,6% in Spagna, Francia, Italia (stima precedente 1,6%, 1,4% e 1,8%), Olanda 1,1% (1,3%), Polonia 2,6% (2,4%) e Regno Unito 3% (2,4%). «L’economia europea è chiaramente in un percorso di ripresa, più forte di quanto previsto in primavera con una ripresa della domanda che promette bene per il mercato del lavoro – ha commentato il commissario Olli Rehn – Restano incertezze, la salvaguardia della stabilità del sistema finanziario e la prosecuzione del consolidamento di bilancio restano le priorità».

L’Ocse: segnali di maggiore rallentamento in sei paesi, Italia compresa. «In Canada, Francia, Italia, Regno Unito, Cina e India ci sono segnali più forti di un passo più lento della crescita economica nei prossimi mesi rispetto a quanto registrato il mese scorso». Lo afferma l’Ocse nel comunicato sul superindice di luglio, che vede l’Italia arretrare di 0,2 punti rispetto al mese precedente (+3,5 su luglio 2009), con la previsione di una fase in flessione. Per quanto riguarda l’intera area Ocse il superindice di luglio è in calo di 0,1 punti, con una prospettiva di «potenziale picco» dell’espansione. L’Ocse evidenzia che nell’area ci sono «segnali più chiari di una moderazione nel ritmo di crescita rispetto al mese scorso».

Guardando ai singoli Paesi, quelli che appaiono più in difficoltà, insieme all’Italia, sono la Francia (-0,4 con prospettive di flessione), il Canada (-0,4, flessione), il Regno Unito (-0,2, flessione), Cina (-0,4, flessione) e India (-0,2, flessione). L’Ocse parla poi di «segnali più forti che l’espansione potrebbe aver perso vigore» in Giappone (-0,1, possibile picco), Stati Uniti (-0,2, possibile picco) e Brasile (-0,8, possibile picco). Per quanto riguarda infine Germania (+0,2, espansione) e Russia (+0,1, espansione) l’organizzazione rileva segnali che si possa arrivare presto al picco dell’espansione.

fonte: www.ilmessaggero.it

Elettricità, in bolletta arrivano le fasce orarie. Per tutti

I consumi della sera saranno meno costosi. Interessate le famiglie con contatore elettronico

Da luglio le famiglie pagheranno tariffe diverse a seconda del momento in cui usano l’elettricità. I risparmi – a regime – dovrebbero superare il 40%. Il costo dell’energia sarà diviso in fasce. Quando la richiesta e i costi dell’elettricità sono minori, dalle 19.00 alle 8 del mattino dal lunedì al venerdì, nell’intero fine settimana e nei giorni festivi (indicate in bolletta come fasce orarie “F2 e F3″) si pagherà l’elettricità a un prezzo più basso. Il costo sarà invece più alto nelle restanti ore dei giorni feriali, ovvero dalle 8.00 alle 19.00, quando la domanda e i costi dell’elettricità sono maggiori (fascia oraria “F1″). Ad oggi la possibilità di pagare la bolletta in funzione degli orari di consumo esiste, ma su base volontaria. Da luglio la novità interesserà automaticamente tutti gli utenti dotati di contatore elettronico appositamente riprogrammato che hanno ricevuto in questi mesi l’apposito avviso da parte del loro fornitore. Nella fase iniziale, i possibili risparmi saranno contenuti e così anche l’eventuale maggior spesa. Accogliendo le richieste di numerose associazioni di consumatori, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha previsto che fino al gennaio 2012, le differenze di prezzo tra le ore più convenienti e le altre siano molto piccole (10% circa). In questo modo è possibile garantire ai clienti con consumi ancora sbilanciati nelle ore più costose una particolare tutela e il tempo per abituarsi a capire come funziona il nuovo sistema, trasmettendo comunque un primo corretto segnale di prezzo. Dal gennaio 2012, invece, i prezzi biorari saranno allineati con i prezzi effettivi di produzione all’ingrosso dell’energia elettrica nei diversi momenti. Le differenze saranno quindi maggiori.

fonte: http://economia.virgilio.it/

Tv nella giungla dei loghi

Sulle confezioni dei nuovi modelli se ne possono trovare fino a 40
Dall’audio alla risoluzione video, ecco la guida ai simboli più diffusi

Confuso o nei casi peggiori messo ko da una quarantina di loghi. Ecco cosa può accadere a chi si appresta a scegliere il nuovo televisore: prima di tutto dovrà affrontare e risolvere un vero e proprio sudoku di difficile soluzione anche per un appassionato di home video. Perché nell’individuare il modello che più si avvicina alle proprie esigenze, ci si muove lungo un percorso a ostacoli di decine di loghi e marchi colorati, ricchi di termini inglesi.
Giungla di loghi. Nel caso dei nuovi modelli di tv tutti sono più o meno allineati intorno quota 30-35 loghi. Circa due terzi presentano caratteristiche e funzionalità proprie del televisore. In primis c’è la risoluzione supportata, a cui si aggiunge un ricco campionario di elementi standard: le connessioni Hdmi e il loro numero, la presenza della porta Usb o la certificazione Ecolabel. A tutto ciò si sommano le tecnologie proprietarie, con relativi loghi. Qui non ci sono limiti alla fantasia. Si spazia dall’indicazione della distanza ottimale di visione alle caratteristiche del design, lo spessore dello schermo, il contrasto, la luminosità e altri parametri sulla qualità delle immagini.
La restante dozzina di marchi, alcuni obbligatori, ha lo scopo di informare che il prodotto dispone del sintonizzatore che riceve i canali del digitale terrestre (Dtt), sia quelli con contenuti gratuiti che quelli a pagamento come i bouquet di Mediaset Premium e CartaPiù La7. Non manca il logo Sky tested. Oggi i modelli di tv più recenti, anche quelli di fascia media ad alta risoluzione (Full Hd 1080p), molto spesso dispongono del sintonizzatore Dtt compatibile con i programmi trasmessi in alta risoluzione. Caratteristica evidenziata con 4-5 loghi ad hoc, sicuramente da prendere in considerazione, ma che in realtà si rivelerà utile solo tra almeno un paio di anni.

fonte:Enrico Netti

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.